Ragazzo autistico a rischio trasferimento

Cadelbosco, sarebbe il quinto spostamento dal 7 marzo. La mamma scrive al garante dell’infanzia: «La Regione aumenti i servizi»

CADELBOSCO SOPRA. La telefonata con la dirigente dell’Ausl di Reggio Emilia, per la mamma di un ragazzo gravemente autistico di sedici anni, che vive a Cadelbosco, è stata come una doccia fredda. Perché è stato chiaro che suo figlio, sballottato come un pacco postale da strutture socioassistenziali e ospedali tra Modena e Reggio Emilia per quattro volte in dieci giorni, rischia un nuovo trasferimento: sarebbe il quinto dal 7 marzo a oggi. E tutte le volte, per quel ragazzo fragile che non controlla le emozioni, è uno shock violento. «A Campegine (dove il ragazzo si trova dal 14 marzo scorso, ndr) – dice la donna in lacrime – mio figlio pare si trovi bene. Non l’abbiamo ancora incontrato per non turbarlo, ma gli operatori, professionisti davvero speciali, ci dicono che è più calmo». Nonostante questo, il centro Il Quadrifoglio, gestito dalla cooperativa sociale Cores, potrebbe non essere la soluzione più adatta per un caso tanto complesso come quello dell’adolescente di Cadelbosco, soggetto a forti crisi. «E’ questione di sicurezza, dicono», spiega la donna.

Le condizioni di suo figlio, che fino ai 13 anni ha vissuto con la mamma (impiegata di 38 anni) e papà (operaio di 40), con l’adolescenza e la nascita di una sorellina si sono aggravate a tal punto da richiedere un’assistenza 24 ore su 24, anche di notte, in strutture con protocolli specifici e personale formato. «Solo che di centri di questi tipo, in grado di accogliere minori autistici gravi – prosegue la donna – in Emilia Romagna ce ne sono pochissimi, e tutti trattano diversi tipi di disabilità». Servizi carenti, questo è il problema. «Le Asl fanno quel che possono – continua – ma c’è bisogno di una programmazione più efficace a livello regionale. Manca la politica».Per la mamma del ragazzo autistico, la creazione di strutture residenziali specializzate ormai è diventata una battaglia. Tanto da chiedere l’ attenzione e l’aiuto del garante dell’infanzia: «Sto scrivendo una lettera all’autority – conclude – non solo per mio figlio ma per tutte quelle famiglie, e sono tante, che vivono questo enorme disagio e che spesso sono costrette a fare i pendolari solo per poter vedere chi hanno dovuto ricoverare. E questo non è giusto».


Cristina Orsini

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