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Po Valley non rinuncia alle trivellazioni

Presentata alla Commissione Via un’integrazione al progetto. Sala, No Triv: «Assurdo, lo si bocci una volta per tutte»

CORREGGIO. Non sembrano essere stati sufficienti il pronunciamento del ministero dello Sviluppo economico e le mobilitazioni di comitati, associazioni di cittadini e amministrazioni comunali per far desistere la società australiana Po Valley Operations dal portare avanti il progetto di trivellazione di tre pozzi esplorativi nell’area correggese che fa parte del permesso di ricerca “Cadelbosco di Sopra” – due a Canolo e uno a Budrio – presentato nel 2012.

La Valutazione di impatto ambientale ...

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CORREGGIO. Non sembrano essere stati sufficienti il pronunciamento del ministero dello Sviluppo economico e le mobilitazioni di comitati, associazioni di cittadini e amministrazioni comunali per far desistere la società australiana Po Valley Operations dal portare avanti il progetto di trivellazione di tre pozzi esplorativi nell’area correggese che fa parte del permesso di ricerca “Cadelbosco di Sopra” – due a Canolo e uno a Budrio – presentato nel 2012.

La Valutazione di impatto ambientale della Regione è ancora in corso e a sorpresa, il 13 dicembre 2017, Po Valley Operations ha presentato la documentazione integrativa richiesta dalla Commissione. Tanto è bastato per tornare ad alimentare timori e polemiche, prontamente manifestati da chi sin dall’inizio si è opposto fermamente a questo progetto, così come a tanti altri proposti negli ultimi anni nella Bassa reggiana da società specializzate nella ricerca e nell’estrazione di petrolio e gas naturali.

Comitato “No Triv” e Associazione Ambiente e Salute di Correggio e San Martino in Rio tornano dunque all’attacco. «Apprendiamo dal sito della Regione Emilia Romagna – si legge sulla pagina facebook dei “No Triv” reggiani – che la società Po Valley, a dicembre scorso, ha integrato con una serie di documenti una corposa richiesta di chiarimenti da parte della Commissione di Via, incaricata di dare parere contrario o favorevole sulla trivellazione di tre pozzi di idrocarburi nell’area di Correggio e più precisamente a Canolo e Budrio. È dal 2012 che la società petrolifera ha sottoposto questo progetto, contro il quale l’Associazione Ambiente e Salute di Correggio e San Martino in Rio ha espresso netta contrarietà presentando le proprie osservazioni scritte, ma nonostante le motivazioni valide per il diniego, le migliaia di firme raccolte, gli ordini del giorno votati dai Comuni coinvolti, la procedura di Via è ancora in corso. Ci batteremo con tutti i mezzi che la nostra Costituzione ci fornisce per evitare che si realizzi questo progetto dannoso per il nostro territorio».

Elisabetta Sala, attivista fabbrricese sempre in prima linea anche in questa battaglia, rincara la dose: «Per quale motivo, improvvisamente, Po Valley presenta queste integrazioni? La domanda sorge spontanea, visto che aveva già ricevuto risposte chiare e ovviamente negative sul progetto proposto. Tramite l’Associazione Ambiente e Salute di Correggio e San Martino in Rio avevamo subito sottolineato alla Commissione Via, in un documento di 18 pagine con osservazioni dettagliate, i motivi per i quali fosse inutile e dannoso questo progetto, raccogliendo più di 4mila firme di cittadini contrari. Le sospensioni degli ultimi anni e il fatto che la pratica sul sito del Ministero fosse ferma non ci avrebbero mai fatto immaginare lo scenario al quale assistiamo ora. Il discorso doveva essere già chiuso. Reagiremo immediatamente, ci siamo già mossi contattando coltivatori, sindaci e attivisti per chiedere che la Commissione Via bocci la richiesta, così chiudiamo la questione una volta per tutte».

«Il giacimento di Correggio – continua Elisabetta Sala – è già stato dichiarato dall’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse del ministero dello Sviluppo economico “inidoneo allo stoccaggio per la mancanza di continuità idraulica e la presenza di barriere di permeabilità dovute a faglie, oltre alla presenza di faglie attive in attraversamento del giacimento”. Non solo: Eni aveva abbandonato questo sito nel Duemila, dopo cinquant’anni, perché risultava che il livello maggiormente produttivo del campo fosse esaurito. Perché dunque ostinarsi a cercare il metano dove non c’è più? Documenti e incartamenti vengono letti o no?

Queste domande necessitano di una risposta rapida e chiara, altrimenti la situazione continuerà a suonare come una presa in giro. Siamo pronti ad opporci di nuovo al progetto e coinvolgeremo i sindaci per difendere territorio e cittadini da scelte sbagliate per ambiente, salute e sicurezza. Mi auguro che i Comuni stessi colgano l’occasione per inviare osservazioni tecniche».

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