Delrio a Reggio Emilia: «Con Renzi? Lealtà e libertà di giudizio»

Intervista al ministro Graziano Delrio che si candida nella sua città, Reggio Emilia. 

REGGIO EMILIA. «Il nostro programma è riassumibile in una parola che questa terra capisce benissimo: lavoro». E poi: «Il mio rapporto con Renzi? È sempre leale: ho sempre mantenuto la mia libertà di giudizio e di azione». E ancora: «Candidarmi solo all’uninominale di Reggio? È una scelta mia. Credo nel voto alla persona e il collegio uninominale nella mia città, dove sono cresciuto, dove vivo, è la scelta più vicina alla logica della buona politica dove l’eletto risponde agli elettori».

Mentre in casa Pd faticano a spegnersi le polemiche per le esclusioni eccellenti e per l’arrivo massiccio di paracadutati nelle liste emiliano-romagnole, il ministro alle Infrastrutture, Graziano Delrio, lancia la sfida per la campagna elettorale in vista delle Politiche del 4 marzo.

«Mi presento con la mia faccia ai reggiani, chiedendo loro di decidere se mi vogliono come loro rappresentante. Il mio impegno è per la coalizione di centrosinistra con Insieme, +Europa, Civici Popolari, per la comunità del Pd, ma senza “paracadute”». Al centro della sua campagna elettorale il ministro mette la parola “lavoro”. E, mostrando lealtà verso Renzi, rivendica tuttavia anche libertà di giudizio: «Il partito di Renzi? Non credo nei partiti personali. E non credo sia l’orizzonte di Matteo», chiarisce Delrio sulle polemiche innescate dalle scelte dei candidati, raccogliendo l’assist di Romano Prodi sull’unità del centrosinistra e non risparmiando frecciate agli avversari di Liberi e Uguali e al M5s. Su questi ultimi, non nasconde che siano gli avversari più temibili. E subito il ministro-candidato parte in attacco: «Se guardiamo ai fatti, fanno fatica a dimostrare di avere portato a casa qualcosa di buono in questi cinque anni, nonostante un governo ragionevole e disposto ad appoggiare risposte credibili». 

Delrio, da sindaco a ministro. Ora – per la prima volta – la candidatura in Parlamento. Con quale programma e con quali prospettive?
 
«Il nostro programma e la nostra prospettiva è riassumibile in una parola che questa terra capisce benissimo: lavoro. E che sia un lavoro dignitoso e sicuro. Per questo ci siamo sempre impegnati: perché crediamo che l'Italia sia fondata sul lavoro come dice la Costituzione. 
E per questo vogliamo proseguire nella sfida di aiutare le imprese ad investire su se stesse: per creare lavoro. E fare in modo che questa ripresa economica, che è guidata dalla nostra Emilia, produca sempre più ricchezza diffusa e non concentrata nelle mani di pochi. Perché si può anche far crescere il PIL, ma senza ridurre le disuguaglianze, come dimostra la storia di tanti Paesi».
 
Oppure?
 
«Oppure, si può crescere, ma la crescita può rovinare l’ambiente e l’aria che respiriamo, se non si fanno scelte sostenibili. Abbiamo invece bisogno di più giustizia sociale e di più attenzione alla qualità di vita delle nostre comunità. Certamente queste elezioni rappresentano una sfida decisiva per il Paese e la tradizione della nostra terra è di grande insegnamento».
 
Com’è Reggio vista da Roma? Non faccia campagna. Luci e ombre.
 
«Le luci sono davvero tante credetemi. Nel mio impegno a Roma ho portato “un’agenda reggiana” fatta di attenzione in primis all’educazione, ai servizi sanitari e sociali, alle condizioni perché si sviluppi l’impresa nel rispetto dei lavoratori. Solo così si leggono le riforme nazionali storiche come la legge sullo 0-6 e la legge per il sostegno alla povertà. E potrei continuare. Città e provincia di Reggio hanno una solida storia, basata su una forte identità sociale e innovatrice, che ha comunque pagato la crisi economica di questi anni, più lunga di quanto si prevedesse. Ha accusato molto il colpo in punti nevralgici, come nelle cooperative che qui sono nate e, come altrove, sono entrate in crisi. Reggio Emilia ha però gli anticorpi per non ripiegarsi su se stessa. Ha un’eccellente proposta di servizi sociali e sanitari, ha solide istituzioni. Sta investendo, ed è un percorso che avevamo iniziato anche quando ero sindaco, su ciò che l’ha sempre caratterizzata, appunto l’innovazione, la coesione sociale, la qualità di vita. Ci sono famiglie che da Milano si sono trasferite a Reggio, anche grazie alla Mediopadana. Deve investire ancora di più, io credo, nell’essere una città e una provincia “contemporanea” delle opportunità, che sa parlare alle giovani generazioni, da chi ha condizioni di partenza più difficili a chi può farcela».
 
Voleva la candidatura a Reggio e l’ha ottenuta. Ma non al plurinominale. Una sua scelta?
 
«Una scelta mia. Avremmo voluto una legge più maggioritaria, più vicina al Mattarellum, ma le altre forze politiche ce lo hanno impedito. Credo nel voto alla persona e il collegio uninominale nella mia città, dove sono cresciuto, dove vivo, è la scelta più vicina alla logica della buona politica dove l’eletto risponde agli elettori. Come gli amministratori locali che si confrontano ogni giorno con le fatiche dei loro cittadini».
 
È uno dei pochissimi big del Pd - se non l’unico - che non è candidato in più collegi. Secondo alcuni è un segnale del suo legame non più idilliaco con Renzi. È così? Se no, come mai non è in corsa anche in listini di altri collegi?
 
«Con Renzi il rapporto è come sempre leale: ho sempre mantenuto la mia libertà di giudizio e di azione. C’è stima reciproca anche per questo. Io non ho chiesto listini. Mi presento con la mia faccia ai reggiani, chiedendo loro di decidere se mi vogliono come loro rappresentante. Il mio impegno è per la coalizione di centrosinistra con Insieme, +Europa, Civici Popolari, per la comunità del Pd, ma senza “paracadute”».
 
All’uninominale se la gioca uno contro uno. E parte da favorito. Lega, M5s, Leu, Fdi e Fi faranno tutti campagna contro di lei. Chi considera l’avversario più ostico? Non dica nessuno... 
 
«Immagino che sarà come voi dite, anche se ho dubbi che una campagna contro qualcuno o qualcosa sia un programma di mandato. Io cercherò di fare proposte per i cittadini reggiani e italiani, che vedono nella coalizione una possibilità di buon governo, e non contro qualcuno. Mi sembra un segno di rispetto nei loro confronti oltre che il tentativo di dare una speranza e non di seminare insofferenza e divisione nel tessuto reggiano. Ma per rispondere fino in fondo alla vostra domanda e stando ai sondaggi, mi pare che l’opposizione più forte alla nostra coalizione se la giochino i Cinque Stelle, che comunque, se guardiamo ai fatti, fanno fatica a dimostrare di avere portato a casa qualcosa di buono in questi cinque anni, nonostante un governo ragionevole e disposto ad appoggiare risposte credibili». 
 
Non crede che il Pd anche a Reggio stia vivendo una preoccupante fase di disaffezione?
 
«Il Pd ha pagato una divisione lacerante per i nostri iscritti. Questa ferita ci attraversa, è inutile negarlo. E, come ha detto Romano Prodi, LeU non è per l’unità del centrosinistra. E tante persone, che appartengono alla nostra storia, questa cosa l’hanno capita: giovani e meno giovani, che sia nel Pd, sia nella Coalizione, credono nella nostra squadra, riconoscono che siamo l’unica proposta seria per tenere il Paese unito e governato in modo competente, come questi anni di governo hanno dimostrato. Ho speranza, perché, oltre alla credibilità, c’è un programma di cambiamento che, senza promesse e fake, immagina il futuro e può convincere, partendo dai tanti amareggiati dalla politica».
 
Perché paracadutare qui Orlando e la Fedeli? Orlando al congresso qui prese il 40%, ma qual è la logica di presentare Fedeli?
 
«Sono figure forti del governo uscente. È la logica di riconoscere, appunto, il lavoro fatto in questi anni. La squadra del Pd e della Coalizione è la più affidabile che c’è in campo. E poiché c’è ancora tanto lavoro da fare in Europa e nel paese, si mettono a disposizione». 
 
Cosa pensa di Casini a Bologna? È un ex alleato di Berlusconi: danneggerà il Pd?
 
«Anche il Pd di Bersani è stato alleato nel primo anno di questo governo, per dare stabilità al Paese e non va dimenticato. Casini ha scelto, da uomo di centro che vede una destra pericolosa, di stare nella nostra coalizione. Ha sostenuto battaglie comuni, non da ultimo quella dello Ius Culturae, che purtroppo non è stato approvato perché 5 Stelle e destra si sono alleati, ma che è nel programma del Pd e mi auguro tornerà tra i primi punti per la prossima legislatura». 
 
Per molti queste liste sono espressione di un nascente partito di Renzi. Lei in quel partito ci starebbe?
 
«Non credo nei partiti personali. E non credo sia l’orizzonte di Matteo. Abbiamo costruito in questi anni con Prodi e Veltroni, Castagnetti e Fassino, solo per citare alcuni, il Partito democratico. E vogliamo che cresca e continui a servire il paese».
 
Gandolfi escluso: gli ha parlato?
 
«Sì. Con Paolo Gandolfi abbiamo collaborato benissimo anche al Ministero e introdotto per la prima volta le ciclabili e le ciclovie turistiche come assi nelle infrastrutture nazionali con pari dignità. Mi è dispiaciuto moltissimo che non sia stato candidato e ho cercato per quanto mi è stato possibile di sostenerlo.
La scelta dei candidati è stata molto faticosa. La nuova legge, per la sua configurazione e senza prevedere il premio di maggioranza, ha costretto a ridurre drasticamente i numeri, e garantire un minimo di ricambio ha ulteriormente inciso. Purtroppo Paolo è in buona compagnia. Spero che avremo ancora opportunità di lavorare insieme». 
 
Cosa devono fare Renzi e il Pd per riconquistare l’elettorato?
 
«Dire la verità al Paese. Non va disperso il lavoro fatto ma ancora molto resta da fare. Far passare il programma
serio, credibile e di sinistra su cui abbiamo lavorato. Salario minimo cioè paghe dignitose per tutti, meno tasse per il lavoro a tempo indeterminato, un assegno universale per i figli, potenziare i beni pubblici come scuola e sanità sono le nostre proposte. Insistere su un’Italia unita e non divisa dall’odio, dalle paure, difendere la Repubblica e i principi fondamentali della Costituzione che, come dimostrano diversi episodi in Italia e in Europa, sono da rinvigorire. Smontare proposte come la flat tax o il reddito di cittadinanza, estranei a una concezione costituzionale che si fonda sul lavoro e sulla dignità ed estranei anche al principio di progressività, per cui chi più ha, più deve contribuire».
 
Lei è cattolico, progressista, dossettiano, sociale. Sono le doti del mediatore, dell’ago della bilancia, del politico e anche del premier al di sopra delle parti?
 
«Credo che le sorti della prossima legislatura siano nelle mani degli elettori e, dal 5 marzo, nelle mani del presidente Mattarella. Mi è stato chiesto, ed ho accettato con piacere, di fare il parlamentare per il mio territorio. Questo è il mio orizzonte se i reggiani lo vorranno».
 
Non dica che nel suo futuro c’è un camice bianco da endocrinologo...
 
«Il fatto di avere un mestiere è fondamentale per fare politica. Così come avere una vita propria, che sia una famiglia, che sia una comunità di riferimento, che sia una passione. Ti rende più robusto e meno incline a pensare che la politica è tutta la tua vita, quindi più libero. Martinazzoli diceva spesso che la vita è più importante della politica. La politica è un’alta espressione, ma non è tutto. Anzi, pensare ad essa come alla panacea indebolisce le dinamiche sociali e culturali che si esprimono oggi anche in modo inatteso e nuovo, ma senza le quali una comunità, una società, si sfilaccia e si dissolve, aprendo anche alle suggestioni dell’“uomo forte”. Credo nel protagonismo delle persone, dei corpi intermedi. Credo al valore dell’assumersi la propria responsabilità, personale e collettiva».