Arrestato Amato, imputato di Aemilia

La squadra mobile lo ha preso nel suo garage. Dovrà scontare una pena di 1 anno e 10 mesi per associazione a delinquere

REGGIO EMILIA. Alfredo Amato, 45enne originario di Palmi in provincia di Reggio Calabria, è stato arrestato nei giorni scorsi dalla squadra mobile della questura reggiana. Amato era infatti ricercato poiché destinatario di una condanna definitiva per i reati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di furti e dovrà ora scontare una condanna di un anno e dieci mesi di reclusione. Così, in esecuzione di questa sentenza, la polizia lo ha rintracciato mentre era intento ad eseguire alcuni lavoretti nel garage di casa sua e lo ha arrestato.

Ma il nome del 45enne è già molto noto alle cronache giudiziarie. Amato infatti è attualmente imputato nel processo Aemilia, dove è accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso per avere prestato, con continuità, la propria disponibilità alla cosca ’ndranghetistica attiva in tutta l’Emilia, chiamato anche con il soprannome di “accendino” in un’intercettazione ambientale.


Il 45enne è imputato anche per reati di estorsione – è accusato, per esempio, di avere costretto un uomo a cedergli un’Audi del valore di 47mila euro – e di incendio doloso, per avere provocato l’incendio alla Bmw di Michele Colacino nel 2011.

Tutti reati che presentano l’aggravante del metodo mafioso. Quest’ultimo episodio risale al 14 novembre di sette anni fa, quando nel piazzale di via Cecati bruciò la Bmw Serie 7 di Colacino: secondo gli inquirenti il mandante era Nicolino Grande Aracri e gli esecutori Alfredo Amato e Gabriele Valerioti.

L’obiettivo era danneggiare Romolo Villirillo, a cui Colacino era collegato per rapporti di lavoro (come i movimenti rifiuti per conto di Iren tramite subappalti). Sarebbe stata una sorta di regolamento di conti interno perché, per Grande Aracri, Villirillo si sarebbe appropriato di alcune somme di denaro.

Nelle varie udienze di Aemilia in cui è stato chiamato a rispondere di queste accuse, Amato ha però sempre respinto ogni addebito. Ha negato di aver appiccato il fuoco all’auto di Colacino, sfoderando anche un alibi: quello di un tentato furto al supermercato Sigma della Canalina. E che dunque le intercettazioni che sono finite agli atti, in realtà, si sarebbero riferite a quell’azione e non all’incendio doloso.

Nonostante la Dda di Bologna consideri Amato – e suo fratello Francesco – parte della settantina di affiliati della cupola di ’ndrangheta che ha operato nell’ultimo decennio tra Reggio e Modena, i fratelli si sono sempre professati estranei a queste accuse. I due, imputati al processo Aemilia con rito ordinario, lo avevano fatto già a partire dalla fase difensiva nell’udienza preliminare: a entrambi venne contestata l’associazione di stampo mafioso ma durante il loro interrogatorio negarono rivendicando «un diverso contesto ambientale e familiare» rispetto a quello dei boss della cosca di Cutro attivi in Emilia, e si professarono innocenti.