Intercettazioni, ultimatum ai periti fonici

La Corte vuole tutte le trascrizioni entro il 25 febbraio. I discorsi captati sono ora ben 35mila

REGGIO EMILIA. Ultimatum dei giudici di Aemilia ai periti incaricati delle trascrizioni delle intercettazioni. Entro il 25 febbraio tutto il materiale dovrà essere depositato altrimenti si procederà comunque con la fase successiva del dibattimento, quella finale, delle requisitorie dei due pm e delle arringhe difensive. A stabilirlo è Francesco Caruso – presidente del collegio di tre giudici del maxi processo Aemilia – che ha chiamato nell'udienza di ieri i periti fonici incaricati dal tribunale a relazionare sul lavoro sinora svolto. In totale, tra intercettazioni telefoniche, ambientali, in auto e dei colloqui in carcere degli imputati, sono state prodotte circa 51.000 pagine di trascrizioni.

All’appello manca la sbobinatura di 13 ore di conversazioni captate in carcere, in capo ad uno dei periti (ieri assente in aula e che sarà ascoltato nella prossima udienza), che ha chiesto più tempo per completare l’incarico assegnatogli. Caruso non ha nascosto il disappunto sospirando: «Bisognava arrivare a questo punto con il lavoro già fatto...». Le intercettazioni mancanti saranno quindi ora suddivise tra tutti i periti, invitati dalla Corte a fare anche una relazione esplicativa su come l’immensa mole di documenti sia stata catalogata e sui sistemi di ricerca al suo interno. Si calcola che siano circa 35mila le intercettazioni annesse al processo. E i periti – su precisa domanda della difesa – hanno precisato di essere stati affiancati per la trascrizione da calabresi che conoscono il dialetto cutrese.


Fra l’altro all’inizio dei lavori in aula, gli avvocati difensori hanno chiesto di avere i file audio, e non le trascrizioni, delle deposizioni dei collaboratori di giustizia ascoltati in questi mesi.

A giudizio dei difensori, infatti, solo i file audio «costituiscono una prova» e negarli significa «ledere il diritto della difesa di accedervi».

Si è avvalsa della facoltà di non rispondere Maria Aiello, moglie del collaboratore di giustizia Salvatore Muto. La 37enne residente a Corte de’ Frati a Cremona, si trova agli arresti domiciliari perché indagata nell’ambito dell’inchiesta “Stige” della Dda di Catanzaro, che il 9 gennaio scorso ha portato all’arresto di 170 persone. In particolare la donna risulta essere intestataria di società, ma è accusata di essere una semplice “testa di legno” di attività riconducibili al sodalizio criminale colpito. Ma come Carmine Muto (fratello del pentito) non ha voluto parlare.