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Made in Italy, Ligabue racconta storia di Riko e delle persone che non hanno voce

Un gruppo di amici tra dolori privati e crisi economica. Una finestra su un mondo piccolo che si chiede: cosa ci faccio qui? Sullo sfondo i paesaggi e gli scorci di Reggio Emilia e provincia 

L’INVIATA A ROMA. Stefano Accorsi, alias Riko, vestito in modo chiassoso (ha indosso un chiodo di pelle rossa cosparso di strass, con frange nere che penzolano dalle maniche creando un tremendo effetto ali) balla davanti a una mortadella di otto metri.

“Made in Italy” inizia così. Ma nel passaggio repentino tra i titoli di testa – in cui, grazie a Luca Tommasini, Accorsi mostra i passi più celebri della danza mondiale, con palese riferimento al re Elvis – e la prima scena, che ci catapulta al ...

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L’INVIATA A ROMA. Stefano Accorsi, alias Riko, vestito in modo chiassoso (ha indosso un chiodo di pelle rossa cosparso di strass, con frange nere che penzolano dalle maniche creando un tremendo effetto ali) balla davanti a una mortadella di otto metri.

“Made in Italy” inizia così. Ma nel passaggio repentino tra i titoli di testa – in cui, grazie a Luca Tommasini, Accorsi mostra i passi più celebri della danza mondiale, con palese riferimento al re Elvis – e la prima scena, che ci catapulta all’interno del salumificio Veroni, c’è l’essenza del film. Perché “Made in Italy” è un film di contrasti, lotte, cazzotti. Di dolore, che per guarire si trasforma in rabbia.

Riko è sposato con Sara (la bellissima e bravissima Kasia Smutniak) da cui ha avuto un figlio, Pietro. Lavora da trent’anni nel salumificio Veroni, insieme all’amico d’infanzia Max, che è più diretto di lui, in alcune cose più estremista. Amici di sempre sono anche Carnevale (un artista con una seria dipendenza per il gioco d’azzardo), Patrizio (che è omosessuale e ha appena presentato alla combriccola Alle, la sua nuova fiamma), Matteo (che fa il commercialista, a modo suo si ribella alle ingiustizie, ed è sposato con Angela, migliore amica di Sara).

Riko è in un vicolo cieco. Tradisce la moglie, con neanche troppa convinzione, fa un lavoro che non lo rappresenta né gli permette di esprimersi. Ha negli occhi lo sfacelo della sua casa (una casa da contadini costruita da suo nonno, che ora lui non riesce a mantenere) e quello della sua famiglia: prima l’assenza di dialogo con Sara, l’incapacità di esprimere a parole la tormenta che lo scuote dentro, poi la scoperta che anche la moglie ha un altro. Tutt’attorno la crisi: la picchiata dello spread, il colpo di spugna sull’articolo 18, i licenziamenti a cascata nella sua azienda.

In tutto questo Riko, semplicemente, sta. Come in un flipper è rimbalzato di qua e di là dalla vita, senza prendere parte al gioco. I suoi vestiti e la sua auto sono superati, stonano con il contesto. Anche lui sembra fuori dal tempo, puzza un po’ di naftalina: «Stasera andiamo a ballare», gli dice Carnevale in uno dei loro sacri venerdì sera. «Andiamo al Baracca». «Fanno ancora rock?», chiede Riko. No, il tempo del rock, occhiali da sole, chiodo e stivali di serpente, è passato. In pista e sul treno (sì, siamo proprio al Fuori Orario di Taneto) Riko si ritrova circondato da ragazzini mezzi nudi che saltano confusamente, persi in un gran rumore.

Quella sera però, qualcosa inizia a scricchiolare. Una pistola puntata al collo, nell’egoistico tentativo di salvare una ragazza e dimostrare a se stesso di poter fare qualcosa, e la vita torna a essere una cosa meravigliosa. La scossa finale gliela dà Carnevale: «Cambia te invece di aspettare i cambiamenti, cambia te».

Il film – nel quale c’è anche la Gazzetta di Reggio, citata due volte – ha un vago sapore francese: lento, concentrato sulle storie del mondo piccolo (per dirla alla Guareschi), intimo. Entra nelle pieghe dei personaggi, scova i loro errori, affonda nella sofferenza, anche quella che ancora sanguina. Ma niente è urlato: non l’aborto di Sara, che continua a sentire dentro di sé la presenza di Luca, bambino mai nato; non l’alzheimer di Giovanni, il padre di Riko, un triste disco rotto che non fa altro che parlare di scopate; non la depressione in cui Riko precipita dopo aver perso il lavoro.

In mezzo al buio, gli spiragli di luce sono affidati ai giovani. L’indiano Pavak (Jefferson Jeyaseelan, che parla un perfetto dialetto reggiano) è esempio di faticata, ma reale, integrazione. Pietro, il figlio di Riko e Sara, al lavoro su un corto pone a tutti domande che, socraticamente, aiutano a trovare le risposte: come sono arrivato qui? cosa ci faccio qui? Riko, in ultimo, lascia che sia un sorriso a rispondere. È un lieto fine? Riesce davvero a cambiare, a vivere e non solo sopravvivere? La “modestia guerriera” di Sara è la strada giusta per approdare a un matrimonio felice? Alla fine ci salverà l’amore?

Sullo sfondo, la bellezza sconcertante della nostra terra: la campagna sterminata, le case coloniche, i palazzi e il corso di Correggio, e poi, di Reggio, piazza dei Leoni, la via Emilia, Broletto, le Reggiane sul grande schermo tolgono il fiato. Ambientando «nel luogo con il più brutto clima al mondo» la sua storia, Ligabue ci ha regalato occhi nuovi con cui guardarci attorno, una seconda possibilità. E se è vero quanto detto da Zavattini, “un paese”, questo paese, potrà essere capito da tutti gli altri. Li rappresenterà. (m.r.)

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