Al Tecnopolo sbarcano le “mosche soldato”

Reggio Emilia: il singolare allevamento servirà per trasformare i rifiuti organici della zootecnia. Il progetto pilota è finanziato dalla Regione Emilia Romagna con 1,2 milioni

REGGIO EMILIA. Al Tecnopolo sta per nascere un singolare allevamento di “mosche soldato”. Un progetto pilota finanziato dalla Regione con 1 milione e 200 mila euro che coinvolge già una quindicina di studiosi e di ricercatori universitari. Serviranno alcuni mesi ma i risultati che si profilano si annunciano decisamente interessanti. L’obiettivo è quello di creare una vera e propria economia circolare in ambito agricolo all’interno della quale, grazie a queste mosche soldato, gli scarti della filiera zootecnica vengono trasformati in bioplastiche con particolari doti innovative.

Diventano infatti teli di pacciamatura e vasi biodegradabili che oltre a svolgere la loro primaria funzione protettiva agiscono come fertilizzanti a lento rilascio di azoto nella fase di decomposizione.


Il proposito è dunque la valorizzazione degli scomodi rifiuti organici e la loro trasformazione in biomateriali per uso agricolo. Perché le “mosche soldato” sono in grado di convertire gli scarti in biomasse ricche di proteine dalle quali è possibile sia ricavare delle bioplastiche innovative che estrarre grassi utili alla funzione di fertilizzante con il pregio, non indifferente, di emanare pochi odori. Infine – e non è cosa da poco viste le invasioni estive – possono allontanare le loro fastidiose consorelle.

Dunque si tratta di “adottare” degli insetti per farli diventare nostri alleati per produrre biomateriali e dare pregio anche agli scarti.

Ieri la presentazione dell’iniziativa – denominata ValorBio, capeggiata da Unimore e condotta dal Centro Biogest-Siteia insieme ad altri partner – da parte di tre specialiste, Lara Maistrello, Augusta Caligiani e Monia Montorsi.

Che hanno precisato: si tratta di insetti non infestanti, che campano poche settimane, giusto il tempo di moltiplicarsi; sono capaci di crescere in substrati organici dei quali riducono le cariche batteriche patogene. In tal modo danno nuova vita ai compost e possono servire a creare bioplastiche che non incappano nelle normative europee che vietano il riutilizzo di molte sostanze di scarto.

In concreto materiali plastici non derivanti dal petrolio e contemporaneamente integratori dei terreni agricoli.

«Una ottimizzazione funzionale» hanno precisato Sara Bortolini e Giacomo Benassi. «Basata sul frazionamento di biomolecole» ha aggiunto Angela Marseglia di Uniparma.

Poi, per Unimore, Silvia Barbi e Domenico Ronga si sono soffermati sulla caratterizzazione delle bioplastiche e sulle loro valutazioni agronomiche. Fra i relatori anche Valeria Paganizza, Rosangela Spinelli e Maria Grazia Tommasini.

Ad ascoltarli un centinaio di persone fra studenti laureandi, agronomi, professionisti di aziende bioplastiche e compost. Ha condotto i lavori l’ingegner Ugo Mencherini di Aster.