«La mafia c’è, il tempo ci ha dato ragione»

Parla il procuratore Alfonso: «Via da Reggio per anni a causa di Aemilia». Strali di don Ciotti contro «la criminalità politica»

REGGIO EMILIA. Nel 2009 chi parlava di mafie radicate a Reggio Emilia e nel resto della regione veniva tacciato di protagonismo. Ma il tempo è galantuomo con chi ha tenuto un profilo basso dedicandosi alle indagini, sfociate poi nel processo Aemilia, divenuto ora fragoroso sulla scia delle potenti dichiarazioni dei pentiti, in grado di svelare segreti e connessioni criminali e, forse, di sradicare le consorterie che fino a pochi mesi fa sembravano non temere alcuna interferenza da parte della giustizia.

A dirlo è Roberto Alfonso, ex procuratore capo della Dda di Bologna, “padre” dell’inchiesta Aemilia, presente ieri in Sala del Tricolore insieme a don Luigi Ciotti di Libera, invitati da Elia Minari di Cortocircuito per parlare delle «Nuove responsabilità della società civile» davanti a oltre 200 studenti delle scuole reggiane. «Dal 2009 non sono più venuto a Reggio Emilia non per una mancanza di rispetto ai cittadini o per quanti erano impegnati al contrasto alla criminalità organizzata - ha svelato Alfonso - Era un dovere deontologico. Stavo coordinando una indagine a mio giudizio molto importante su Reggio Emilia e siccome probabilmente il pubblico qualche domanda l’avrebbe fatta, io in quel momento non potevo parlare del processo poi denominato Aemilia». Dalle analisi della Dda Alfonso aveva individuato la metastasi mafiosa radicata in Emilia-Romagna.

«Nel primo anno avrò partecipato ad almeno un centinaio di convegni, incontri nelle scuole, associazioni di categoria, per dire quello che pensavo - dice l’attuale procuratore generale di Milano - Quando arrivai a Bologna, il Csm sapeva già che bisognava guardare con particolare attenzione a certe situazioni. Ma quando cominciai a parlare di mafie al nord qualcuno diceva che strumentalizzavo questi fatti per protagonismo. In realtà sapevo bene di cosa parlavo e abbiamo impostato l’indagine sulle mafie in maniera precisa e non soltanto a Reggio. Così abbiamo fatto a Modena, a Ravenna, Rimini e Forlì. E il tempo devo dire che ci ha dato ragione. Quei processi ci hanno dato ragione. Se ne è concluso uno a febbraio (il processo Black Monkey, ndr) e abbiamo dovuto faticare non poco per far comprendere l’idea che non si trattava di un’associazione per delinquere semplice ma che invece era un’associazione che utilizzava il metodo mafioso per fare affari. Nel 2009 la domanda era “C’è la mafia in Emilia-Romagna?”. La mia risposta era sì anche se per altri era diversa. Ora la domanda deve essere necessariamente “Visto che qui c’è la mafia, che interessi ha?”. Le organizzazioni criminali infatti non si trasformano ma si adeguano al nord». Don Ciotti lancia strali e sonori richiami contro la «criminalità politica che favorisce strettamente quella organizzata» e Libera, con il coordinatore Manuel Masini, rinnova l’invito alle scuole «a partecipare alle udienze del processo Aemilia». La consapevolezza della presenza delle mafie si è rafforzata in questi anni, come ricorda Minari. «Un imprenditore emiliano che pubblica una lettera su un giornale diceva che parlando di ’ndrangheta in Emilia danneggiavamo l’economia locale, “un marketing territoriale alla rovescia che infanga il tessuto produttivo”. Lo diceva pubblicamente nel 2010. Diceva di noi che avevamo inventato “una fiction su un problema che non ci appartiene e che finisce per offenderci tutti”. La cosa impressionante è che non ci sono state repliche, nemmeno da parte di altri imprenditori».