Aemilia, parla il pentito: «In carcere tutti hanno un coltello»

Reggio Emilia: Antonio Valerio svela l'agguato in cella tra imputati e chiama in causa i vertici del clan: «Dialogano con camorra e mafia»

REGGIO EMILIA. Tanti soldi, armi, omicidi, strategie, rapporti a più livelli della criminalità organizzata: è un ritratto a tinte fosche della Reggio Emilia infiltrata dalla ’ndrangheta quello che sta uscendo – da quattro udienze – tramite la deposizione del pentito Antonio Valerio.

C’è stato pure un botta e risposta fra il collaboratore di giustizia e il pm Beatrice Ronchi che fa sobbalzare in aula, cioè quando viene ricostruito l’agguato – in carcere alla Pulce – a Gabriele Valerioti da parte di Gianni Floro Vito. «Ma questo coltello ce l’aveva solo Floro Vito o anche altri?» chiede il magistrato inquirente a Valerio che risponde lapidario: «Ce l’hanno tutti!».

Il pm Ronchi commenta d’istinto: «Andiamo bene!». E il pentito entra ancor più nel merito della vicenda-coltelli in carcere: «Valerioti ha una lama così (dice indicando la lunghezza, ndr), nel libro che avevo io uscivano fuori tutte e due le punte. Me la prestava perché facevo dei cassettini di cartone, la usavo per questo, tagliava benissimo». Si tratta di coltelli artigianali, su cui vi è già stata una perquisizione nelle celle voluta dalla Dda e una relazione della polizia penitenziaria.

Atti violenti ma anche mosse ben calcolate ed interventi verticistici del clan. Parlando di un rogo doloso, Valerio punta l’indice sul fatto che a Reggio Emilia per lungo tempo non si desse credito all’operato di una cosca strutturata: «Michele Bolognino aveva del risentimento verso i Vertinelli e bruciò loro un camion. Prima di Aemilia non si ipotizzava una rete mafiosa, così ricorrevamo a questi sistemi per annichilire le persone. Non ci preoccupavamo delle conseguenze delle indagini, perché avrebbero colpito i singoli, senza scalfire l’organizzazione».

Invece – sempre secondo il pentito – l’associazione ndranghetistica nel Reggiano aveva i suoi capi («Nicolino Sarcone a Reggio, Alfonso Diletto a Brescello«), faceva riunioni, si interfacciava con altre realtà ’ndranghetistiche («Antonio Rocca il referente per Mantova, Francesco Frontera detto “Provolone” su Verona») e pure con altre consorterie presenti sul territorio come la camorra e la mafia sicula: «Quei rapporti li tenevano Nicolino Sarcone con i suoi fratelli ed Alfonso Diletto». Insomma, sotto traccia c’è tutto un mondo: «Ognuno di noi si presenta con la sua storia, è chiaro che la coppola non la porto più, ma ci si capisce al volo fra ’ndranghetisti...».