«Tre padrini comandavano il clan A Reggio affari loschi milionari»

Antonio Valerio rivela nomi, dinamiche, interessi della cosca che dominò dal 2004 sino al 2015 «Eravamo autonomi, ma le controversie si risolvevano da Grande Aracri. Gli spari solo a Cutro» 

REGGIO EMILIA. Si rumoreggia insistentemente dalle “gabbie” perché i detenuti sono a dir poco infastiditi e la Corte dovrà intervenire al maxi processo Aemilia quando ieri in tarda mattinata – al culmine dell’udienza – il pentito 50enne Antonio Valerio svela nomi, dinamiche interne, segreti dell’associazione ’ndranghetista che ha operato a Reggio Emilia dal 2004 (quando cioè finì la faida con Nicolino Grande Aracri assoluto dominatore) sino al 2015 (in gennaio gli arresti coincidenti con la “storica” maxi operazione della Dda di Bologna).

APPUNTI E DIALETTO. Anche se si esprime in modo spesso concitato, il collaboratore di giustizia si conferma un autentico “macinatore” di dati, situazioni, persone.

Parla colorito («Tutti siamo parenti a Cutro, come Adamo ed Eva»), rifugiandosi nel dialetto cutrese quando deve identificare con soprannomi famiglie o specifiche figure di questo suo impressionante romanzo mafioso.

Con gli occhiali ben inforcati, prende appunti, spesso chiede (ai pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi che l’interrogano o al presidente Francesco Caruso) di procedere a modo suo per non incartarsi, per non confondersi («Non stressiamoci, poi ci torno sul punto»).

LE GERARCHIE A REGGIO. Dal luogo segreto – affiancato dal suo legale – dove depone in videoconferenza, il pentito viene pian piano portato al nocciolo del processo Aemilia: «L’associazione mafiosa a Reggio Emilia era impostata su una gerarchia in orizzontale. Si operava in autonomia qui sopra, nel modo che ritenevamo giusto. Qui parliamo italiano, giù in cutrese: era cambiato il nostro modo di interagire. Se una questione non si risolveva, andavamo giù da Grande Aracri per trovare una soluzione. A Reggio Emilia nel nuovo Millennio però non si spara più, è una guerra fredda. Si agiva diversamente perché si era capito che i morti si pagano o con la giustizia o con altri morti. E dopo il 2000 i momenti diventano davvero prosperi, ricchi di soldi».

TRE PADRINI. Ritornando alle gerarchie reggiane della cosca, indica nei ruoli di comando Nicolino Sarcone a Reggio Emilia («Con i quattro fratelli aveva una forza maggiore»), poi Alfonso Diletto per la Bassa reggiana e Francesco Lamanna per l’area piacentina e cremonese.

Tutti e tre avevano l’investitura di “padrino”, cioè la più elevata nella gerarchia ‘ndranghetista. Detto dei capi, passa ad elencare oltre quaranta associati alla cosca, tirando in ballo non pochi imputati del maxi processo.

AFFARI ILLECITI. Smaltita l’articolazione del clan, passa agli affari mafiosi. «Ci avvalevamo della nostra forza intimidatrice. Gli affari? False fatturazioni, estorsioni, usura, recupero crediti, armi, stupefacenti, titoli bancari. Ben di più – rimarca – di quanto c’è nell’ordinanza Aemilia».

Affari molto consistenti, un’infiltrazione mafiosa massiccia che troverà terreno fertile a Reggio Emilia per molto, troppo tempo.

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