«I soldi? Persi in borsa dal vicedirettore»

REGGIO EMILIA. Omicidi a raffica raccontati con freddo distacco, ma nelle rivelazioni del pentito Antonio Valerio vi sono anche episodi beffardi, per certi versi anche incredibili.Vicende che...

REGGIO EMILIA. Omicidi a raffica raccontati con freddo distacco, ma nelle rivelazioni del pentito Antonio Valerio vi sono anche episodi beffardi, per certi versi anche incredibili.

Vicende che lasciano a bocca aperta come quella accaduta fra la fine degli anni Novanta ed i primi del Duemila, quando l’attività criminale di Valerio cominciava a crescere grazie ad una montagna di fatture false e all’usura.

Il collaboratore di giustizia fa ovviamente riferimento alle vecchie lire e snocciola guadagni stratosferici (per quei tempi e non solo) con gli illeciti commessi: 25-30 milioni al mese.

Soldi a cascata che finivano sul conto bancario che aveva, come altri ’ndranghetisti, in una filiale di Reggio Emilia non ben definita nella deposizione.

«Ma scoprimmo poi che il vicedirettore – ricorda il pentito – si giocava i nostri soldi in borsa e li aveva persi. Nel mio caso andarono in fumo 26 milioni di lire, per altri anche cifre più grosse. Cosa fece il vicedirettore? Era poi scappato». Una fuga per evitare ritorsioni.

Sempre Valerio aggiunge che venne consigliato da un cassiere («State zitti e i soldi li recuperate») su come muoversi per riavere quei quattrini, per poi dire che successivamente trasferì il conto in un’altra banca sempre nella nostra provincia «dove feci una truffa con il direttore».

Sono anni anche di tanta corruzione, per ottenere i subappalti: «Ad un mio socio avevo insegnato – spiega il collaboratore di giustizia – come imporsi nella Cooperativa Rinascita, accontentando i preposti con regali e quattrini».

Valerio parla di sudditanza psicologica nei suoi confronti: «Ero conosciuto come quello che era stato sparato (il killer Paolo Bellini cerco di ucciderlo nel 1999, ndr) in un contesto malavitoso – sottolinea – perciò quando mi presentavo nei cantieri le persone si mettevano a disposizione. A Reggio Emilia erano ben percepite le mie “credenziali”. Con la società messa in piedi si facevano false fatturazioni, usura, prestiti». Un mare di soldi, in un clima sanguinario per la faida in atto nella cosca.

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