«Camion di soldi per pagare gli omicidi»

Valerio elenca i nomi del “gruppo di fuoco” che ha organizzato da Reggio ed eseguito la lunga serie di omicidi del 1992

REGGIO EMILIA. «Voi fate gli omicidi, non vi preoccupate, che i soldi ve li mandiamo su con le betoniere». Da Cutro i capi clan non usavano mezzi termini: ciò che ordinavano anche a Reggio Emilia - dove si stava formando un gruppo di fuoco - veniva eseguito e ben ricompensato. Antonio Valerio, per descrivere l’importanza dello scambio criminale - tu uccidi io ti pago - riporta la frase sulle betoniere in dialetto cutrese: «Usavano quell’immagine per farci capire che erano pieni di soldi» ha detto Valerio ieri durante la seconda udienza fiume che sta stravolgendo il processo Aemilia. Il pentito ha riportato in auge la stagione degli omicidi, descritti nei particolari, facendo entrare nel processo il filone del sangue, che sta accrescendo l’importanza di Aemilia nella graduatoria dei processi per mafia. Non si tratta solo più di fatture false e reati minori: la pistola fumante, è il caso di dirlo, c’è ed è stata impugnata - secondo la versione di Valerio - da molti degli imputati del maxi processo contro la ’ndrangheta al nord. Per salire nella catena di comando, racconta Valerio, servono infatti gli omicidi e di una certa caratura. «I Ciampà di Corso Nazionale a Cutro finanziavano gli omicidi ma si erano imborghesiti mentre Nicolino Grande Aracri era uno scalino più sotto ma stava acquisendo forza criminale» dice Valerio riferendosi ai fatti di sangue a inizio anni Novanta. Di Grande Aracri, che Valerio chiama «il grande architetto» per la strategia usata in quegli anni, si diceva negli ambienti che era stato regista «di 60-70 ammazzate nella zona montana» dell’entroterra calabrese.

Il pentito Valerio snocciola, omicidi, mandanti e finanziatori ai tempi in cui anche a Reggio si facevano i soldi con la droga: «Era di qualità stupefacente» ridacchia Valerio al microfono dalla località protetta dalla quale viene rimbalzata la sua deposizione ripresa di schiena. «Dopo essere uscito dal carcere il 7 luglio 1992 ho attivato a casa mia in via Samoggia 91 una vera e propria sala operativa. Avevo attivato tre linee telefoniche». Arresti domiciliari vissuti nel segno del crimine, con la droga che veniva portata regolarmente a Valerio per essere tagliata e distribuita sulla piazza reggiana. «Ero ai domiciliari, non potevo muovermi, ma venivo messo a conoscenza di tutti i fatti perché ero un ’ndranghetista. A casa facevo anche attività di indagine e le informazioni le usavo per restare in equilibrio e neutrale tra le due famiglie di ’ndrangheta. Sempre a casa mia venivano molte persone, Grande Aracri, Diletto, Sarcone, Vasapollo, Dragone». Si stava consolidando la fratellanza ’ndranghetistica a Reggio. Valerio entra poi nel dettaglio degli omicidi elencando gli uomini che formavano il temibile gruppo di fuoco. «A decidere siamo sempre gli stessi: Nicolino Grande Aracri, Raffaele Dragone, Mimmo Lucente, Antonio Lerose detto René, Antonio Macrì detto Topino, Salvatore Cortese, Nicolino Sarcone, Aldo Carrelli, Francesco Lamanna, Domenico Lazzarini, Ernesto Grande Aracri, Paolo Lentini, Angelo Greco».