Valerio alla sbarra, due mesi per sentirlo

Inizia oggi la lunga e attesa deposizione del pentito che occuperà diverse udienze di Aemilia

REGGIO EMILIA. Aula in fibrillazione, avvocati e imputati con le orecchie tese, giornalisti con i taccuini in mano. Da oggi, per Aemilia, parte il processo nel processo. In video collegamento sarà sentito infatti il super pentito Antonio Valerio, 50 anni, imprenditore cutrese affiliato al clan Grande Aracri con il grado di quartino, e che ha deciso di confessare una lunga serie di reati riassunti nei verbali depositati nel processo contro la ’ndrangheta al nord.

Quanto raccontato nei 18 verbali depositati dai pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, apre ulteriori scenari per gli imputati non solo del rito ordinario che si sta svolgendo a Reggio e che potrebbe allungarsi di un paio di mesi, necessari per sentire Valerio e dare la parola alle difese che si stanno attrezzando per arginare i racconti dettagliati offerti dal pentito.

Valerio, come detto a più riprese, è uno dei personaggi chiave del processo Aemilia e ne riassume i connotati che hanno ispirato l’indagine. È un cutrese con alto profilo criminale, ’ndranghetista trapiantato a Reggio Emilia dagli anni Novanta, protagonista di fatti di sangue e che ha sempre vissuto e prosperato seguendo le logiche del clan mafioso coperto dall’omertà degli affiliati e dei sodali esterni alla cosca. Ora, però, la musica sembra quantomeno cambiata e il pentimento di Valerio apre una grande breccia nella società segreta del clan del mammasantissima di Cutro Nicolino Grande Aracri, che ha da poco collezionato anche una condanna a 28 anni di carcere nel processo “gemello” Pesci in primo grado a Brescia.

«Posso dire che in Emilia la ’ndrangheta esiste quantomeno dagli anni ’80» è l’attacco delle rivelazioni fatte da Valerio ai pm antimafia, che lo interrogheranno oggi facendo rimbalzare la sua voce dalla località segreta nella quale è detenuto.

Valerio ha parlato in maniera dettagliata di se stesso così come di altri imputati, come Gaetano Blasco, i fratelli Vertinelli, Pino Iaquinta, i Muto, per citarne solo alcuni, svelandone i ruoli dentro e fuori l’accolita criminale che comanda a Reggio Emilia attraverso i fatti di sangue degli anni Novanta, le estorsioni, gli incendi e i traffici giunti fino ai giorni nostri. Il prolungamento del processo Aemilia è quindi una certezza e nel caso in cui venissero offerte nuove notizie di reato, non è escluso che si aprano ulteriori capitoli sia di indagine – necessari per valutare la veridicità di quanto afferma Valerio – sia a livello processuale.

Aemilia, infatti, che conta in tutto 220 imputati, forma ormai un settore a sè che ammanta tutta la vita del palazzo di giustizia di Reggio. Un esempio sono le misure di prevenzione scattata nei confronti dell’imputato Pasquale Brescia, che ieri era in udienza difeso dall’avvocato Gregorio Viscomi per il sequestro preventivo del valore di 500mila euro circa relativo ai suoi beni, la cui consistenza appare sproporzionata rispetto ai redditi dichiarati. Brescia è stato preceduto ieri nell’aula di Aemilia da Gianluigi Sarcone, difeso dall’avvocato Stefano Vezzadini, anch’egli comparso per l’udienza sul sequestro preventivo scattato nel 2014 nei suoi confronti e in quelli dei fratelli Nicolino – uno dei colonnelli del clan a Reggio – e di Carmine e Giuseppe.

Valerio, secondo pentito del maxi processo Aemilia dopo Giuseppe Giglio, si è concentrato nelle rivelazioni di fatti legati all’Emilia. «A Reggio Emilia ho preso la “Santa” da Lamanna Francesco, che aveva il grado di padrino, nel capannone di Blasco, che a sua volta aveva acquisito il grado di sgarrista o camorrista. Dopo la “Santa” ho preso il trequartino alla casa di Scarazze di Nicolino Grande Aracri nel 2011 quando era stato scarcerato. Qualche mese dopo Nicolino mi ha dato il quartino. Una promozione che mi ha dato perché erano programmate azioni criminali di rilievo, anche di sangue, ai danni di alcune persone».

Enrico Lorenzo Tidona