Aemilia, il pentito Valerio in aula: «A Reggio il G7 della ’ndrangheta»

Il collaboratore depone al processo e rivela fatti inediti, come il tentato omicidio di un rivale, in concorso con Bellini, nel 1989 a Montecchio

REGGIO EMILIA. Mezzo secolo di ’ndrangheta tra Cutro e Reggio. Un romanzo criminale tratteggiato in modo vivido, con particolari inediti, come quelli su un tentato omicidio del 1989. Il collaboratore Antonio Valerio ha iniziato a deporre, in videoconferenza da un luogo segreto, riservando sorprese. Il pentito, dopo essersi preliminarmente riconosciuto colpevole di far parte dell’associazione mafiosa contestata dalla Dda, è stato un fiume in piena. Nella sua deposizione, parlando dell’arrivo del boss Antonio Dragone in soggiorno obbligato nel 1982, ha rivelato di un summit avvenuto nel Reggiano. «In quel preciso periodo arriva Dragone, arriva la ‘ndrangheta a Reggio Emilia a Puianello. Arrivando Dragone, soggiornati al nord c’era un Pasquale Voce, capo di Isola Capo Rizzuto o uno dei capi, c’erano gli Arena e c’era Antonio Arena. Ci fu uno storico incontro in zona Quattro Castella. Nel mondo criminale era come un incontro pari al G7, G8, erano i grandi. Tanto per dare un’idea dell’importanza».



Il racconto verte poi su altri fatti inediti, come un tentato omicidio del 1989 davanti al Redas a Montecchio. «Prese forma l’idea di uccidere questo Nino D’Angelo, non il cantante, un soggetto siciliano che abitava a Montecchio». Un piano, quello per eliminare una persona indicata come un rivale, nel quale venne coinvolta l’ex primula nera Paolo Bellini. «L’ho attinto alla tempia ma il proiettile è andato verso la mandibola. Gli diedi altri due colpi, cercai di dare il colpo di grazia, ma il Bellini si mise ad urlare “vai vai”, vedendo la gente… saltando la copertura non diedi il colpo di grazia». Un episodio per il quale «non fummo mai indagati». La sera stessa i due, per crearsi un alibi, andarono a cena alle Forche di Puianello: «Bellini mi disse di lavarmi con la pipì tutte le parti che potevano essere contaminate dalla polvere da sparo». D’Angelo se la cavò con 15 giorni d’ospedale, «anche se ha ancora segni sulla mandibola».

Valerio è partito da lontano, dalla Cutro degli anni ’70, dove «imperversavano sette famiglie mafiose», e ha citato il nonno di un parente «della consorte del sindaco di Reggio Emilia», che nella foga ha definito «sindachessa».

Il pentito ha ricostruito il contesto che portò all’omicidio del padre Gino Valerio il 20 luglio del 1977 a Cutro ad opera di Rosario Ruggiero, detto “Tre dita”, che poi subirà la sua vendetta. Un ricordo che lo induce anche oggi a piangere. «Sono cresciuto senza un padre. Non piango per fare la vittima ma per il male che ho fatto agli altri». Parole di pentimento pronunciate a più riprese.

Momenti di commozione a parte, il lungo racconto di Valerio, destinato a proseguire nelle prossime udienze, è stato serratissimo. L’imputato ha aperto continue parentesi, con balzi in avanti e flashback, tanto che la pm della Dda Beatrice Ronchi lo ha invitato a non mettere troppa carne al fuoco. «Sono tutti elementi importanti per capire la prospettiva», «una prospettiva brunelleschiana», ha detto Valerio, che ha elencato tanti fatti perché «poi ne capirete l’importanza», facendo capire che ha solo iniziato a dare le prime pennellate di un affresco molto più ampio.

Dalle sue parole emerge un contesto dove i vari protagonisti «tessono le loro tele», ordiscono complotti verso i sodali, compiono delitti per guadagnare crediti da esigere con altri o per vendicare vicende di “corna”, fanno il doppio gioco, fanno «traggiri», un neologismo per indicare un misto tra tragedia e raggiro. Una trama tetra, che vuole raccontare, sembra persino smanioso di farlo, «perché non si pensi che la ’ndrangheta è una cosa romantica, come nel Padrino». Ironia del caso, proprio ieri tra il pubblico si è sentita una suoneria di cellulare con la nota colonna sonora del film.

Valerio ha poi narrato del suo arrivo da minorenne a Reggio Emilia, nel 1983, mandato dalla madre che lo voleva tenere fuori dal rischio di una faida, anche se poi finì due giorni dopo in galera, perché chi lo ospitava venne trovato in possesso di armi. I suoi compaesani, un po’ alticci, si erano messi a sparare con un mitragliatore in una cantina di Montecchio e così si tradirono.

La storia malavitosa trentennale di Valerio inizia nel 1988, con lo spaccio di droga, «la compravo a Parma». Negli anni precedenti il cutrese aveva lavorato nell’edilizia e nel tempo libero si era dedicato alla boxe «con buoni risultati».

A proposito del mondo criminale reggiano degli anni ’80 il collaboratore ha detto che «c’erano tre gruppi. Quello cutrese, con un sottogruppo, quello calabro-siculo e quello reggiano». Il pentito ha snocciolato molti nomi e poi parlando dei calabresi ha ribadito che già dal 1986/1987 si era installata a Reggio Emilia una “locale” indipendente di ’ndrangheta, con l’autorizzazione della «mamma che stava allora a San Luca».

Tornando all’episodio del Redas ha citato un ex carabiniere: affermazioni, anche queste inedite e da vagliare. «Con Nino D’Angelo c’era anche l’ex maresciallo dei carabinieri, tale Tancredi». E poi aggiunge: «Lo conobbi il maresciallo Tancredi...quando noi lavorammo con Palmo Vertinelli, noi andavamo a rubare nei cantieri dove ci indicava il maresciallo, per costruirsi casa, io ci ho lavorato a casa del maresciallo Tancredi, io Vertinelli, mio fratello».

L’udienza proseguirà giovedì sempre con Valerio, il cui racconto ieri è arrivato appena ai primi anni ’90.