Valerio: «Barzellette mentre andavamo a uccidere Ruggiero»

Valerio racconta nei dettagli ai pm l’omicidio di Brescello «Dovevo ucciderlo io, poi Grande Aracri cambiò idea»

REGGIO EMILIA. Giuseppe Ruggiero doveva morire, probabilmente per volontà degli Arena. Un omicidio avvenuto a Brescello nel 1992, quando Antonio Valerio aveva 25 anni, era agli arresti domiciliari ma aveva molte ambizioni. La prima era entrare nelle grazie dei boss della ’ndrangheta cutrese. Ecco perché non si tirò certo indietro quando gli dissero che avrebbe fatto parte del commando dei killer, prima come sparatore, poi declassato ad autista, come ha confessato davanti ai pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi a più riprese durante le deposizioni quest’estate come collaboratore di giustizia nel processo Aemilia contro la ’ndrangheta al nord. Lui, immigrato cutrese partito per fare soldi e salire la scala del crimine organizzato.

Verso mezzanotte il 21 ottobre del 1992 Nicolino Grande Aracri e Raffaele Dragone vennero a prendermi a casa mia in via Samoggia a Reggio» racconta Valerio ai pm, svolgendo davanti ai loro occhi il copione del delitto che insanguinò Brescello. «Sono venuti con la Tipo che è stata usata poi per l’omicidio - prosegue - Siamo partiti da via Samoggia e siamo andati a Brescello per il sopralluogo con Grande Aracri e Dragone, siamo passati alla base logistica a Villa Cella (dove c’erano le armi e una Fiat Uno mascherata da auto dei carabinieri, ndr). Siamo andati a Modena nell’appartamento di Dragone. Lì ho incontrato e conosciuto Angelo Greco e Aldo Carvelli detto “spara lesto”. Poi c’erano Pino e Mimmo Lucente, che sono andati a Villa Cella».

A Cella c’era la Fiat Uno: «Era camuffata da auto dei carabinieri, aveva il lampeggiante funzionante con la luce che si poteva accendere con un collegamento all’accendisigari, ma non suonava con la sirena». Infine l’escamotage: «La targa attaccata all’auto era realmente dei carabinieri ma non di Reggio Emilia ma di Crotone. Così non avrebbe destato sospetti». In tre hanno indossato le divise da carabiniere sopra i vestiti per poi disfarsene. «Ma io no. Avevo una tuta nera e ho usato solo il cappello da carabiniere». Il pentito Angelo Cortese, presente all’operazione, aveva detto nel 2008 che Carvelli non c’era nel commando: «Cortese era da un’altra parte, non poteva saperlo. Io mi ricordo bene perché in auto Carvelli raccontava barzellette per stemperare la tensione mentre andavamo a uccidere Ruggiero».

Poi l’epilogo nel sangue: la porta presa a pugni, la moglie di Ruggiero che si affaccia nella notte con Antonio Lerose che urla «carabinieri». Ruggiero scende, lo vedono in controluce dalla porta: « Carvelli e Greco sparano» uccidendo il muratore padre di tre figli. «Siamo scappati senza riuscire a dare fuoco alla Uno che era già cosparsa di benzina. Greco aveva conati di vomito. Siamo scappati con la tipo. Poi Greco e Carvelli sono saliti in auto con Nicolini e sono scappati in Germania».