«In politica e in tv per ripulirci»

Valerio: «C’era il progetto di passare da ’ndranghetisti a imprenditori onesti sfruttando i contatti»

REGGIO EMILIA. «C’era un progetto, attraverso politica e mezzi di comunicazione, per far passare le famiglie Diletto e Sarcone come imprenditori di successo in Emilia, non come esponenti della ’ndrangheta». Antonio Valerio parla con Pasquale Brescia in carcere a Reggio Emilia, dove si sono formati tre gruppi distinti nei quali sono confluiti una trentina circa di imputati del processo Aemilia rinchiusi poi alla Pulce. Il pentito Valerio svela in una delle deposizioni davanti ai pm della Dda di Bologna Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, il rammarico per l’incarceramento di Brescia, «dovevi essere più riservato» gli dice Valerio in carcere. Brescia, infatti, costruttore di peso a Reggio e rinomato ristoratore (suo l’Antichi Sapori di Gaida, luogo prediletto per i summit a tavola del clan), faccia pulita degli interessi sporchi dei sodali del sistema criminale finito a processo con Aemilia. «Frequentava le forze dell’ordine, politici e diverse persone emiliane» racconta Valerio durante la verbalizzazione della sua deposizione fiume. Il pentito era convinto che Brescia, qualora fosse stato più accorto, grazie anche agli agganci «avrebbe potuto evitare l’arresto di Aemilia». Valerio rivela infatti che anche al ranch che Brescia aveva nel quartiere di Cella, a Reggio Emilia (poi confiscato dal comune per abusi edilizi) c’erano anche esponenti sempre delle forze dell’ordine che usufruivano gratis del maneggio. Contatti di altro grado e ad alta intensità, un ponte di collegamento tra il mondo criminale e quello reggiano che chiudeva un occhio.

Valerio, quindi, nell’esternare il suo pensiero ribadito a Brescia dal compagno di carcere Gianluigi Sarcone, si è visto rispondere da Brescia: «Tu non sai che progetto c’era...» gli dice con altrettanto rammarico riferendosi, dice Valerio che ne era già a conoscenza, dell’esistenza di un progetto di utilizzare politici, pubblicità, stampa e tivù, di ripulire l’immagine pubblica della famiglie Diletto e Sarcone, che sono invece a capo della locale ’ndranghetista emiliana, i cui capifamiglia Alfonso Diletto e Nicolino Sarcone, sono stati già condannati a 14 e 15 anni nell’appello dei riti abbreviati.

Agli atti del processo c’è la comparsata in tivù alla trasmissione Poke Balle di Gianluigi Sarcone nel 2012 con la quale l’imputato cercava di allontanare l’ombra della mafia dalla sua famiglia, incalzato dal giornalista Marco Gibertini (condannato poi a 9 anni di carcere). Senza scordare poi le manovre di avvicinamento dei Sarcone e altri sodali al consigliere di Forza Italia Giuseppe Pagliani, condannato a 4 anni in appello dopo l’assoluzione in primo grado, o a quelle di Diletto per le elezioni a Brescello nel 2009.

Le rivelazioni contenute nelle centinaia di pagine di verbali riempiti da Valerio inquadrano i rapporti di forza successivi alla retata del gennaio 2015 con la quale scoppiò Aemilia. Cinquat’anni di età, anch’egli ufficialmente imprenditore edile cutrese trapiantato a Reggio Emilia, ma in realtà affiliato alla ’ndrangheta calabrese con il grado di quartino, Valerio passa in rassegna la vita dei detenuti ’ndranghetisti: «In generale in carcere le dinamiche tra di noi rimangono le stesse, quelle del sodalizio mafioso: le alleanze, gli attriti, i desideri di vendetta». Ecco allora che alla Pulce di Reggio Emilia, nella sezione alta sicurezza, si sono formati alcuni gruppi. Uno di questi è formato da Pasquale Brescia, Gianni e Antonio Floro Vito, Gianluigi Sarcone, Gaetano Blasco e Carmine Belfiore, «che vogliono risollevare il sodalizio mafioso». Poi c’è un altro gruppo formato da Sergio Bolognino, Alfredo Amato, Gabriele Valerioti. Sarcone e Bolognino sarebbero a capo dei due gruppi, «si rispettano l’un con l’altro con l’ambizione di imporsi però l’uno sull’altro». C’è poi un terzo gruppo, quello che vede a capo i fratelli Palmo e Pino Vertinelli, con Pasquale Riillo, Mario Vulcano, Antonio Muto (classe 1950). «Ma la deposizione del pentito Giglio ha portato tutti a fare fronte unito per creare versioni concordate contro le sue accuse».