Aemilia, un altro filone C’è un’archiviazione

Diversi esponenti delle forze dell’ordine fra i 50 sotto inchiesta dalla Dda L’ispettore Felice Caiazzo rivela in aula: «Non sono più fra gli indagati»

REGGIO EMILIA. È una deposizione che non ti aspetti nel maxi processo – visto che l’ispettore di polizia 56enne Felice Caiazzo nell’udienza del 14 febbraio scorso si era avvalso della facoltà di non rispondere come indagato in procedimento connesso – a dissipare un po’ di nebbia dal filone investigativo rimasto nel limbo dopo gli arresti e le perquisizioni dell’ormai stranoto 28 gennaio 2015 in cui si manifestò in tutta la sua maxi portata l’operazione Aemilia.

Dato che l’ispettore intende rispondere alle domande, è lo stesso presidente Francesco Caruso a chiedere chiarimenti in aula al testimone: «Non sono più indagato, la mia posizione è stata archiviata». Affermazione confermata a ruota dal pm antimafia Marco Mescolini.

E da quanto “filtra” quella di Caiazzo non sarebbe la sola archiviazione nel contesto di questo “stralcio” dall’inchiesta principale di Aemilia in cui sarebbero una cinquantina gli indagati a piede libero – perlomeno nella fase iniziale – con diverse forze dell’ordine coinvolte (poliziotti e carabinieri). Ma da quel “terremoto” sono trascorsi due anni ed otto mesi: a quanto pare più di “qualcosa” è accaduto su questo Aemilia-atto secondo e l’ispettore Caiazzo ne è una prova lampante. Il 28 gennaio di due anni fa la sua casa era stata perquisita come richiesto dal pm antimafia Mescolini ed ottenuto dal gip bolognese Alberto Ziroldi. Sul decreto di perquisizione l’ipotesi di reato: favoreggiamento aggravato dal metodo mafioso. Una “tegola” non indifferente per uno dei poliziotti più in vista della Mobile di Reggio che, si scoprirà poi in un’udienza di Aemilia, era stato intercettato. Indagato a piede libero, dopo poco più di un mese il trasferimento dell’ispettore al commissariato di Empoli. Ma Caiazzo non si dà certo per vinto e controbatte alle risultanze della Dda di Bologna facendosi tutelare dagli avvocati Alessandro Conti ed Oreste Grazioli. Tramite i legali presenta istanze su istanze per poter essere sentito dal magistrato e ci vorranno trenta mesi per arrivare all’obiettivo: tecnicamente si tratterà di “spontanee dichiarazioni”. Una mossa difensiva che fa centro e dopo non molto tempo il pm Mescolini fa richiesta di archiviazione per “infondatezza della notizia di reato” poi avallata due mesi fa dal gip. Un deciso retromarcia da parte di chi indaga e fine dell’incubo per Caiazzo che ieri – nell’aula bunker – come testimone ha ripercorso alcune inchieste che ha seguito a Reggio come responsabile della prima sezione della Mobile rivolta al contrasto della criminalità organizzata. Da due difensori gli vengono chiesti particolari sia sull’estorsione che avrebbe subìto il laziale Andrea Cesarini nel 2012, sia sull’incendio doloso dell’auto dell’imprenditore Michele Colacino che avvenne la notte del 14 novembre 2011. Ma è passato troppo tempo e la risposta è la stessa: «Per fare nomi e ricostruire situazioni ho bisogno di consultare l’informativa che ho fatto e firmato in quegli anni». Poi domande a raffica sull’imputato Pasquale Brescia, sollecitato dal legale che tutela l’imprenditore: «Ho conosciuto Brescia nel 2008-2009 – dice – mentre faceva dei lavori in questura. Non lo frequentavo, qualche contatto in più quando fece una donazione per il campo di calcio della Parrocchia di Sant’Alberto dove allenavo. Relativamente alla mia attività professionale, Brescia non fu attenzionato, mentre vennero raccolte informazioni su richiesta. Brescia non mi chiese di fare dei controlli nè per sè, nè per altri. Rimasi esterrefatto quando lui mi rivelò d’aver sparato dalla finestra con una carabina, colpendo un ragazzo che giocava a calcio». Poi l’ispettore parla di tre importanti indagini antimafia seguite: Edilpiovra, Pandora e una serie di estorsioni «in cui intercettammo l’attività preparatoria nel 2004 dell’omicidio di Salvatore Blasco. Il presidente Caruso lo pressa: « In aula sta emergendo che molti imputati frequentavano la questura. Per voi era tutto finito dopo le indagini che ha citato, oppure si poteva sospettare che vi fosse a Reggio un’associazione di stampo mafioso, come sostiene la Dda?». La risposta di Caiazzo è quasi lapidaria: «Le indagini sulla criminalità organizzata sono sempre state fatte, ma come sezione della Mobile non potevamo sostenere una cosa così ampia. Si partiva – conclude – da un episodio, lo rappresentavamo al magistrato che poteva o meno condividere».