Confermate le accuse nessuno sconto al clan

Pene invariate per i capi bastone e mitigate solo per nove imputati su 58  “Premiato” il pentito Giuseppe Giglio, condannato invece Michele Colacino 

BOLOGNA. Quarantuno condanne confermate in appello su 58 imputati, due passaggi da assoluzione a condanna e “solo” 9 pene mitigate tra riduzioni e assoluzioni. È la prova che la ’ndrangheta c’è e prospera lungo la via Emilia, soprattutto a Reggio Emilia, città epicentro del radicamento malavitoso di stampo ’ndranghetistico. A riconfermare l’impianto accusatorio del processo Aemilia - e quindi la sentenza di primo grado in abbreviato - è stata ieri la sentenza d’appello dell’abbreviato celebrato a Bologna, che ha visto il rientro della politica con la sonora condanna a 4 anni di carcere per concorso esterno del consigliere reggiano e capogruppo di Forza Italia, Giuseppe Pagliani, assolto in primo grado e deciso ora a giocarsi il tutto per tutto in Cassazione. Conferma, invece, del proscioglimento per prescrizione della corruzione elettorale per l’altro politico coinvolto, l'ex assessore Pdl di Parma, Giovanni Paolo Bernini: anche per lui la Procura aveva impugnato.

Alla conferma della bontà delle indagini della Dda di Bologna e al rientro della politica nell’arena processuale, si deve aggiungere un terzo cardine della sentenza d’appello: il dimezzamento della pena del pentito Giuseppe Giglio, “premiato” per le sue rivelazioni con un taglio della sua pena da 12 a 6 anni di carcere, sprone probabilmente anche per altri pentimenti.

Nelle sette pagine del dispositivo letto ieri dalla presidente della Corte, Cecilia Calandra, sono stati elencati i nomi dei 58 imputati tornati alla sbarra in appello dopo i quasi 300 anni di carcere decisi nel 2016 dal Gup Francesca Zavaglia nei confronti di 58 condannati in abbreviato (oltre a 17 patteggiamenti e 12 assoluzioni).

A pagare il prezzo più alto, come detto, è l’avvocato Pagliani, consigliere comunale e provinciale a Reggio Emilia, capogruppo di Forza Italia, ras della piccola località di Arceto, a Scandiano, dove è stato raggiunto e gelato dal messaggio inviato dai suoi avvocati Giovanni Tarquini e Alessandro Sivelli, presenti nell’aula della Corte di appello di Bologna, dalla quale si sono poi defilati senza lasciare dichiarazioni. Una tensione palpabile al termine dell’udienza, dove a cantar vittoria sono la procura e gli avvocati delle parti civili.

Un’altra batosta è giunta per Michele Colacino, imprenditore dell’autotrasporto originario di Crotone da anni stabilitosi a Reggio, con importanti appalti per la raccolta rifiuti sulle province di Reggio Emilia e Parma. Anche Colacino è passato dall’assoluzione di primo grado in abbreviato alla condanna di ieri in appello a 4 anni e 8 mesi, già accusato di associazione di stampo mafioso.

Il processo d’appello - cominciato il 28 aprile di quest’anno - conta decine di udienze tenute a Bologna e una Camera di consiglio durata una settimana circa, fino alla lettura della sentenza che ha lasciato l’amaro in bocca a buona parte degli imputati e dei loro difensori.

La tenuta dell’impianto accusatorio deriva soprattutto dalla conferma di 41 delle condanne di primo grado sui 58 imputati approdati al secondo grado. Soprattutto di quelle dei capi bastone dell’organizzazione ’ndranghetistica che ha operato per anni lungo la via Emilia. Parliamo di Nicolino Sarcone (15 anni di carcere), Alfonso Diletto (14 anni), Romolo Villirillo (12 anni), Francesco Lamanna (12 anni), Antonio Gualtieri (12 anni). La Corte ha dunque largamente aderito all’ipotesi di accusa, rappresentata in primo grado dai Pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini, in secondo grado dai Pg Umberto Palma e Nicola Proto.

Parliamo dell’imponente offensiva giudiziaria contro la criminalità organizzata in regione, che ha individuato un’associazione di tipo ’ndranghetistico autonoma, legata alla Cosca Grande Aracri di Cutro. Là impera il boss Nicolino Grande Aracri, condannato in Aemilia a 6 anni e 8 mesi perché in questo processo non risponde di associazione mafiosa.