Il pentito Femia è l’ispiratore di nuove indagini

Verbali secretati e frenate in aula del boss: «Posso dirlo?». Su Bolognino: «Disse che agiva per Grande Aracri a Reggio»

REGGIO EMILIA. Nel tardo pomeriggio di ieri piombano sul maxi processo Aemilia le rivelazioni del collaboratore di giustizia Nicola “Rocco” Femia.

È il boss condannato all’esito dell’inchiesta Black Monkey (quella delle slot taroccate e delle minacce al giornalista Giovanni Tizian). Il 56enne parla, in videoconferenza, da una località sconosciuta, assistito dal suo avvocato. Ma l’avvio di questa testimonianza è titubante, si capisce ben presto che c’è qualcosa sotto.

L’avvocato Francesco Laratta (uno dei difensori dell’imputato Michele Bolognino) chiede subito lumi sui tanti omissis presenti nel verbale depositato dall’accusa (è quello relativo all’interrogatorio del 7 aprile scorso davanti a tre pm antimafia di Bologna) ed anche lo stesso pentito è più volte frenato («Ma questo lo posso dire?») rivolgendosi al pm Beatrice Ronchi che gli pone le domande.

Insomma fra le righe si capisce che le rivelazioni di Femia hanno fatto scattare nuove indagini, coperte ovviamente da segreto. E in effetti dalla presentazione che fa di se stesso dimostra davvero di sapere tante cose: a 15 anni aveva già ucciso un uomo («Ma sono stato assolto, grazie a testimoni compiacenti»), è stato legato ma senza affiliarsi al potente clan calabrese di Vincenzo Mazzaferro («Le sue decisioni valevano per tutta la Calabria ed io ero un suo uomo riservato»), poi dopo anni turbolenti e diverse condanne l’approdo nel 2002 in Emilia Romagna «per intraprendere l’attività imprenditoriale nel campo delle slot».

Un imprenditore che però in tanti conoscono al Nord per il suo passato ad alti liveli nella criminalità organizzata calabrese. «Riconosciuto come persona da sempre vicina ai Mazzaferro – rimarca – ho avuto rapporti con diversi personaggi della ’ndrangheta in Emilia-Romagna, ma non sono mai stato affiliato con nessuno».

Poi l’improvviso affondo in ottica-Aemilia, cioè i rapporti con Michele Bolognino: «L’ho conosciuto tramite Stefano Marzano nel 2011. Siamo tutti e tre originari della Locride. Bolognino mi ha ben presto detto che a Reggio Emilia faceva quello che voleva, che non aveva problemi in quanto responsabile per Nicolino Grande Aracri in Emilia, tramite la “locale” di ndrangheta sempre di Reggio Emilia».

Con l’aggiunta che secondo lui Bolognino «andava d’accordo con Grande Aracri ma anche con il clan di Nico Megna». E da questo momento in avanti allora le domande del pm Ronchi si sprecano sugli affari fra Femia e Bolognino, con rivelazioni del pentito pure su come l’ombra di Grande Aracri vi fosse spesso, con quote su un terreno in Liguria, su un ristorante dall’enorme giardino. Il collaboratore ha anche molto da ridire sul comportamento di Bolognino relativamente alla gestione di un albergo-ristorante a Punta Marina che gli aveva ceduto. Una testimonianza che proseguirà fino a tarda ora, sotto poi le “picconate” del difensore di Bolognino, tese a minare la credibilità del pentito.