Rabbia digitale a Reggio Emilia, Razzoli: «La libertà virtuale è bene che abbia alcuni limiti»

L'esperto dell'ateneo cita Voltaire e pone l'accento sulla formazione

REGGIO EMILIA. «La mia libertà finisce laddove precluda quella degli altri». Damiano Razzoli, docente di Comunicazione all’ateneo di Modena e Reggio, riporta le parole del pensatore illuminista francese Voltaire per contestualizzare la ricerca sulla rabbia pubblicata su Wired.

Per Razzoli non ci sono più odiatori virtuali o hater a Reggio di quanti ce ne possono essere a Modena o a Parma perché «non è una questione geografica: la classifica dipende dal periodo di riferimento». Nella città del Tricolore, invece, «nonostante i dati», esiste per il professore una «tradizione di rispetto che può fornire anticorpi».

Un rispetto non sempre visibile, come emerge dalla ricerca. «Non va criticato il mezzo – assicura Razzoli – così come non era giusto criticare negli anni Ottanta i film di Rambo perché si diceva che ispiravano violenza. C’è bisogno di formazione, di alfabetizzazione e di un filtro».

Un filtro non sempre facile nell’era del web. «Quando c’è un comportamento fuori dalle righe – sottolinea il professore – ha senso e diventa anche notizia segnalarlo. I commenti sono tendenzialmente liberi, ma ci sono tre scuole di pensiero diverse. La prima è di mantenerli tutti senza moderazione; la seconda aggiunge la moderazione; la terza interrompe i commenti perché deviano dalla notizia. I commenti social sono diventati quelli che una volta erano fatti nelle piazze; se si legittimano però gli insulti e le informazioni false, la democrazia è a rischio». (g.f.)