Scarpino sposa la tesi dei calabresi discriminati

REGGIO EMILIA. Cutresi discriminati solo perché cutresi. Il tre volte consigliere comunale Salvatore Scarpino, ex Pd, oggi Mdp, in aula chiamato dalla difesa di Pasquale Brescia (con il quale sua...

REGGIO EMILIA. Cutresi discriminati solo perché cutresi. Il tre volte consigliere comunale Salvatore Scarpino, ex Pd, oggi Mdp, in aula chiamato dalla difesa di Pasquale Brescia (con il quale sua moglie, che è architetto, ha lavorato) si è iscritto alla corrente di chi ritiene che i calabresi siano vittime di «generalizzazioni». «Anche io ho sentito questa ostilità nei mie confronti da parte della stampa perché sono cutrese», ha detto. Musica per le orecchie dei legali di alcuni imputati.

Nella sua deposizione, Salvatore Scarpino ha parlato dell’incontro avvenuto a inizio 2011 con il prefetto Antonella De Miro. Un incontro sollecitato da lui, Antonio Olivo (Pd) e Rocco Gualtieri (Forza Italia), al quale partecipò anche l’ex sindaco Graziano Delrio. L'intervento era nato, spiega il consigliere, dalla relazione fatta dal procuratore generale per la chiusura dell'anno giudiziario nel 2011: «Mi aveva preoccupato tanto perché il nome dei cutresi è venuto fuori non più come singole famiglie, ma come cutresi in quella relazione. Ero preoccupato per la nostra comunità».

Il pm della Dda, Marco Mescolini, lo ha però incalzato ed è emerso che il consigliere Scarpino non aveva letto la relazione ma un articolo di giornale. Il pm ha fatto notare che è singolare che si organizzi un evento istituzionale sulla base di un articolo di stampa, senza prendersi la briga di capire cosa aveva detto esattamente il procuratore. Inoltre, sempre il pm, ha fatto notare come a quell’incontro non venne data alcuna pubblicità.

Il presidente del collegio, Francesco Caruso, ha invece chiesto, senza di fatto ottenere risposta, quali iniziative avesse adottato Scarpino in passato per tutelare il nome della comunità calabrese quando avvenivano fatti criminali. Il pm ha chiesto anche se nell’incontro con il prefetto si parlò delle interdittive: «No, non se ne parlò», è stata la risposta. Una domanda non casuale, perché proprio in quel momento l’offensiva di corso Garibaldi contro le imprese mafiose si stava facendo più stringente. (j.d.p.)