«La cosca esiste perché lo dice la giustizia» 

Grande Aracri in video collegamento parla come teste: «Sono un allevatore e sono innocente». Poi spiega le regole del clan

REGGIO EMILIA. Con il sorriso sulle labbra dichiara di essere un semplice contadino, «assolutamente estraneo e innocente» nonostante lo abbiano inquadrato come il boss di una cosca e condannato per associazione mafiosa. Poi, però, spiega alla corte del processo Aemilia le regole del pericoloso gioco della ’ndrangheta. Una volta che hai scelto una cosca, come quella che porta il suo nome, non puoi più fare marcia indietro. Così, in video collegamento dal carcere di Opera - invecchiato rispetto alle foto degli ultimi arresti - è apparso al processo Aemilia il boss Nicolino Grande Aracri. Un momento atteso da lungo tempo dopo che il suo nome aleggiava da anni sulla città di Reggio Emilia. Lo ha fatto in qualità di teste, chiamato alla sbarra da diversi imputati che, poi, hanno rinunciato alle sue parole in loro difesa. Tutti tranne Michele Bolognino, difeso dall’avvocato Carmen Pisanello, la quale ha cercato di slegare la figura del suo assistito da quella di Grande Aracri, considerato il vertice della cosca cutrese alla quale fa riferimento anche la locale emiliana che si è formata negli anni: un ramo indipendente ma sul quale l’ultima parola era sempre affidata al capoclan in Calabria.

Bolognino è considerato dalla Dda uno dei custodi degli affari di Grande Aracri nella Bassa e a Parma, salvo essere un ex affiliato del clan Megna. Da qui parte l’incongruenza, secondo Nicolino stesso, che racconta: «Bolognino è venuto un paio di volte da me, una volta con delle paste. Ma è una persona di “stroscio”, una persona che non vale niente. Non c’ho mai avuto a che fare». Il boss parla seduto su un banchetto dal carcere milanese dove è detenuto in regime di 41 bis. Maglietta arancione, scarpe comode, Grande Aracri mette subito in chiaro una regola aurea del sistema ’ndranghetistico: mai tradire. «Uno che fa parte dell’associazione fa parte solo di quell’associazione - risponde il boss quando l’avvocato gli chiede se è possibile avere i piedi in due scarpe come detto per Bolognino - Uno non può appartenere a due associazioni. C’è il collaboratore di giustizia Giglio che dice che ha avuto a che fare con la cosca Arena e con la cosca Grande Aracri. Il pentito dice che aveva a che fare con le due consorterie contrapposte. Ma non può essere assolutamente possibile». «Non può essere possibile secondo la sua esperienza?», chiede Pisanello. «Perché non può essere possibile?» interviene di rincalzo Francesco Caruso, presidente della corte del processo Aemilia. «Allora, io non ho niente da nascondere -risponde il teste che è a sua volta imputato per reato connesso ma che non perde occasione per intervenire ai processi - Se uno è della cosca Grande Aracri deve stare con la cosca Grande Aracri, non può andare con la cosca Arena o con la cosca Ciampà..».

Da quel punto in poi l’attenzione del pubblico si impenna. «Ma Grande Aracri, mi scusi, lei lo dice in astratto o perché esiste la cosca Grande Aracri?» è la domanda secca di Caruso. «La cosca Grande Aracri è stata costruita dalla giustizia» risponde. «Voglio sapere se esiste nella realtà» torna a dire Caruso. La risposta in punta di diritto stupisce: «Io ho una condanna definitiva - dice Grande Aracri - È inutile che vi dico che la cosca non esiste. Io sono già stato condannato per associazione mafiosa e sono considerato a capo di questa associazione. Io mi ritengo assolutamente estraneo e innocente, nonostante la condanna».

Per Caruso, dire che la cosca non esiste nella realtà non consente a Grande Aracri di dire se una persona può appartenere a più associazioni contemporaneamente. «Io non posso dire che non esistono quando ci sono delle sentenze. Io posso dire che la mia cosca Grande Aracri è stata costruita a tavolino perché fino al 2000 non c’è mai stata. Grande Aracri ha sempre lavorato. Fino al 2000 Grande Aracri aveva il certificato antimafia pulito. Ero un allevatore e oltre a questo facevo anche altri lavori in Germania che nessun collaboratore di giustizia ha mai detto». Nessuna replica, la procura non ha domande. Ed è così che l’attesa testimonianza del boss si interrompe e sfuma.