«Prestanome di Giglio per soldi»  

Aemilia, le ammissioni di Valter Zangari, socio e amministratore unico Trasmoter srl

REGGIO EMILIA. Ha detto che aveva fiducia in Giuseppe Giglio («È cognato di mio cognato, lo conoscevo») e soprattutto con quattro figli da mantenere cercava disperatamente un lavoro con relativo stipendio, trovandolo nel 2010 proprio attraverso questa conoscenza.

L’imputato Valter Zangari – 45enne d’origine crotonese, ma residente a Montecchio – ha perciò ammesso ieri davanti alla Corte di essere stato un prestanome (divenne socio ed amministratore unico della società “Trasmoter srl “ dedita al commercio all’ingrosso di materiale edile, ditta in realtà controllata da Giglio come ricostruito dagli inquirenti), aggiungendo di non sapere nulla delle fatture emesse dall’azienda (gli vengono contestate fatture per operazioni inesistenti per quasi un milione e mezzo di euro...). Mentre di parte delle quote della società “Star-Gres srl” (esercitante attività di produzione e lavorazione di prodotti per la ceramica e l’edilizia) che vennero – secondo la Dda – trasferite fittiziamente alla “Trasmoter srl” stessa, sa solo che per quel motivo andò dal notaio.

«Giglio mi propose di aprire un’attività – spiega Zangari, rispondendo alle domande dell’avvocato difensore Raffaella Pellini – e con lui e il suo commercialista Clausi andammo dal notaio. Da quel momento ricevetti 1.500 euro di stipendio ogni mese. Ma io non sapevo nulla di questa “Trasmoter”: ogni tanto mi chiamavano, specie Gianni Floro Vito per fare delle firme in Posta, per firmare dei bonifici, per andare in banca a ritirare un blocchetto di assegni per poi darli firmati a Giglio. Le lettere che ricevevo dal tribunale le consegnavo a Giglio, senza aprirle. Ho solo letto quella in cui veniva dichiarato il fallimento della “Trasmoter”. Floro Vito? Mi era stato presentato come la persona che trovava i contratti di lavoro». Zangari sul suo ruolo da prestanome e relative responsabilità assunte è disarmante: «Mi dicevano sempre che non rischiavo nulla, che avrebbe risposto di tutto la società. Ho dato piena fiducia a Giglio, mi diceva che pian piano mi avrebbe inserito nel mondo del lavoro». Il Giglio più volte citato da Zangari è ora collaboratore di giustizia ed è stato condannato in primo grado a 12 anni e mezzo di carcere. Poi un altro imputato, cioè il 51enne Vincenzo Mancuso – cutrese che però vive a Ravarino (Modena) – ha letto in aula alcune puntualizzazioni (tecnicamente si tratta di “dichiarazioni spontanee”) come richiesto dall’avvocato difensore Pasqualino Miraglia. «Facevo fatture false perché ci guadagnavo il 10%. La “Edil Building srl” era una società che esisteva davvero. I soldi sono miei, non del clan Grande Aracri. Condannatemi per le fatture ma non per l’associazione mafiosa».(t.s.)