Alla sbarra gli ex carabinieri legati a membri della consorteria

REGGIO EMILIA. «Rapporti impegnativi». Sono stati bollati così, ieri, dal pm Marco Mescolini e poi dal giudice Francesco Caruso, le relazioni tra il maresciallo dell’Arma Alessandro Lupezza con...

REGGIO EMILIA. «Rapporti impegnativi». Sono stati bollati così, ieri, dal pm Marco Mescolini e poi dal giudice Francesco Caruso, le relazioni tra il maresciallo dell’Arma Alessandro Lupezza con alcuni imputati di Aemilia. Gli stretti rapporti telefonici e personali con l’imputato Pasquale Brescia, gestore del ristorante Antichi Sapori di Gaida e del maneggio New West Ranch di Villa Cella, sono stati sviscerati ieri quando Lupezza è stato chiamato alla sbarra durante il processo.

Secondo l’accusa Lupezza sarebbe stato in contatto con il poliziotto Domenica Mesiano (già condannato in abbreviato a 8 anni e 6 mesi) e con Nicolino Sarcone (anche lui condannato a 15 anni). A pesare su Lupezza è il monitoraggio delle interrogazioni in banca dati Sdi effettuate per controllare secondo l’accusa le posizioni di Sarcone, Brescia (numerose interrogazioni), Michele Colacino, Roberto Turrà, Ernesto Grande Aracri ed altri, come riscontrabile dai tabulati pervenuti dal Ministero dell’Interno. Quei «rapporti impegnativi» sui quali lo stesso Caruso ha chiesto conto e del perché Lupezza non si fosse chiesto fin da subito chi fossero: «Perché lei è un ufficiale di polizia giudiziaria - l’ha ripreso Caruso - ed è tale in ogni momento della sua vita sia pubblica che privata».

Alla sbarra è stato sentito anche Mario Cannizzo, ex ufficiale dei carabinieri fino al settembre del 1999, impiegato nel radiomobile a Reggio Emilia poi riformato per in seguito a un infortunio. Cannizzo è accusato di aver partecipato all’attività estorsiva e di essere vicino a Antonio Silipo, altro imputato di rilevo nella rete delle consorteria criminale al centro del processo.

Sempre ieri, mentre era in corso il processo, da Roma è giunta la notizia dell’arrivo di una nuova Carta per i diritti e i doveri di testimoni e collaboratori di giustizia, «uno Statuto della Protezione da rendere noto in via generale ai protetti e dal quale far discendere l’applicazione di un programma personalizzato che indichi le prospettive concrete e delimitate della vita in protezione». È quanto emerge dalla relazione al Parlamento sulle speciali misure di protezione che lambiscono anche Aemilia, dove sono stati sentiti diversi collaboratori di giustizia. (e.l.t.)