«Sono un uomo vicino alle istituzioni» 

L’imputato Brescia spiega il suo ingresso nei salotti buoni: «Ho conosciuto forze dell’ordine e industriali nell’Anioc»

REGGIO EMILIA. «Non avevo mai avuto problemi con la legge, ero un personaggio vicino alle istituzioni e forse qualcuno ha capito qualcosa di male per queste mie conoscenze». L’imprenditore Pasquale Brescia ieri ha risposto alle domande degli avvocati e del presidente Francesco Caruso nel corso del processo Aemilia.
Un’accorata difesa, durata quasi tre ore, durante le quali il cutrese ha raccontato del suo arrivo a Reggio, «negli anni ’80, da ragazzino, ospite a casa di una zia», della sua carriera, da carpentiere ad artigiano edile, fino poi all’inaugurazione nel settembre 2004 del ristorante “Antichi Sapori” di Gaida.
Brescia si è raccontato come un uomo che si è fatto da solo, che con il tempo è arrivato ad avere numerose amicizie con persone in vista nella società reggiana, tanto da diventare, sempre usando le sue parole, «un personaggio vicino alle istituzioni».


L’imputato ha poi spiegato come avvenne il suo ingresso nei salotti buoni. «Molte mie conoscenze di questi signori delle forze dell’ordine risalgono agli anni 1996-97, quando ero associato all’Anioc quando era presidente la buonanima di Rosario Mignacca, che ho conosciuto tramite mio suocero». Si tratta dell’Associazione nazionale insigniti onorificenze cavalleresche. «Ogni manifestazione che veniva fatta, la maggior parte erano quasi tutti industriali reggiani, forze dell’ordine, forze delle istituzioni, ogniqualvolta si conosceva e ci si presentava e così è nato questo rapporto con uno e poi con l’altro, uno ti presentava l’altro, tanto che qualcuno di loro, con i quali ero in contatto più amichevolmente, mi ha contatto per dei lavori a casa, sia a casa sua, che poi nella questura di Reggio Emilia».

I lavori di ristrutturazione in via Dante li sbandiera, al pari delle sue conoscenze nelle forze dell’ordine, per sottolineare l’assurdità delle accuse nei suoi confronti, anche se il presidente del tribunale a un tratto gli ricorda che «in questo processo sono coinvolti una ventina di appartenenti alle forze dell’ordine».
Brescia ha ribadito di poter fare tutti i nomi dei servitori dello Stato che conosceva e frequentava. «Questori, vicequestori, persone dei carabinieri, della procura, ne posso fare migliaia di nomi...». E poi si è soffermato sulle persone con le quali era maggiormente legato, tra cui c’è anche Domenico Mesiano, l’ex autista del questore Savi, condannato in primo grado a Bologna a otto anni e 6 mesi (anche lui conosciuto agli incontri dell’Anioc).
Alla fine della sua deposizione il presidente Caruso gli chiede di spiegargli cosa avvenne nel 2017, quando sparò dalla finestra a un ragazzo che giocava a calcio ferendolo a una gamba. «Era una carabina ad aria compressa. Partì un colpo...». La vittima non presentò denuncia e la vicenda è stata archiviata. «Pagai mille o duemila euro a quel ragazzo», racconta. Dopo quell’episodio gli venne revocato il porto d’armi, ma poi nel 2009 gli venne concessa la licenza per la detenzione delle armi. Un fatto che alla luce di quanto emerso con l’inchiesta Aemilia desta qualche perplessità, anche per un personaggio «molto vicino alle istituzioni».