Sotto pressione in aula 2 imputati 

Il pm incalza Lonetti e Floro Vito che si difendono: «Con il clan non c’entriamo»

REGGIO EMILIA. Dopo il botta e risposta fra avvocati e giudici che ha occupato mezza mattinata, sono ripartite le deposizioni.
Nell’aula-bunker non manca, come sempre, la presenza di studenti: sono una settantina (fra terze e quarte classi del liceo scientifico Spallanzani e dell’istituto tecnico Blaise Pascal). In udienza di fasce tricolori ce n’è una sola ed è quella del Comune di Reggio, rappresentato dal vicesindaco Matteo Sassi. Il 37enne Sergio Lonetti, d’origine calabrese ma residente a Guastalla, viene sentito per primo: è accusato d’aver agevolato l’attività del clan Grande Aracri intestandosi fittiziamente nel 2013 delle società, in realtà controllate – secondo gli inquirenti – da Giuseppe Giglio (ora è un pentito). Lonetti ha più volte ripetuto di essere un camionista con famiglia a carico che, essendosi trovato in difficoltà economiche, aveva trovato un accordo con Giglio: «Lui mi pagava i debiti e io continuavo l’attività di trasporti». Il pm Beatrice Ronchi gli contesta una serie di assegni emessi a suo nome, come emerso quando il 37enne venne convocato in questura a Parma: «La mia firma su quegli assegni era falsa, ma non ricordo se l’ho detto in questura, di sicuro diedi la versione che mi aveva detto di riferire Giglio, ma non so cosa stesse tramando». Ancora più contrastata la deposizione del carpentiere 37enne Antonio Floro Vito (il crotonese abita a Reggio, ma da oltre 2 anni è in cella). È ritenuto dalla Dda ben inserito nel clan, a disposizione dello suocero Francesco Lamanna (condannato a 12 anni in primo grado) per i collegamenti con gli altri affiliati. A dir poco incalzato dal pm Ronchi, Floro Vito nega su tutta la linea e al termine della testimonianza il difensore Giuseppe Migale Ranieri è lapidario con i cronisti: «Lavorava e basta, se l’avessero intercettato sarebbe emerso che non aveva contatti».