«Terre del Po da tempo nel mirino del clan» 

Nel libro “Fuoco criminale” la giornalista Rossella Canadè racconta la difficile lotta alla ’ndrangheta  

REGGIO EMILIA. I processi sono ancora in corso su quel filo ndranghetistico che per l’Antimafia lega l’Emilia alla Lombardia. Un brusco risveglio, come illustra Rossella Canadè – giornalista della Gazzetta di Mantova – nel libro “Fuoco criminale” (edito da Imprimatur) in cui analizzaspecificatamente le indagini mantovane (l’operazione Pesci), per poi allargare gli orizzonti ai “contatti” con la maxi inchiesta Aemilia.
Lo studioso Enzo Ciconte dice che c’è ancora tanto da raccontare sulla ’ndrangheta...
«Vero, perché non è stato facile – entra nel merito la cronista-scrittrice – far breccia sulla gente, costruire consapevolezza. La Gazzetta di Mantova ne ha sempre scritto del radicamento mafioso, ma cercavano di screditarci. Ora le cose stanno cambiando, anche se non aiuta il fatto che i processi si tengano lontano da Mantova».
Come racconti, nel libro, quanto peso, per la Dda, stava avendo la ’ndrangheta nelle terre del Po?
«Mi sono messa alla prova. Ho studiato tutte le carte dell’inchiesta: un romanzo criminale, ma terribilmente reale. E il libro mi ha permesso di fare quello che non riesci in un articolo, cioè delineare bene i personaggi, mettere in fila gli avvenimenti con dovizia di particolari. Per far entrare pian piano il lettore in queste vicende crude, piene di affari sporchi, di pressioni».
Per gli inquirenti il clan Grande Aracri ha messo da tempo le mani sulle province di Reggio e Mantova.
«Nelle inchieste Pesci ed Aemilia ricorrono vari nomi. Sul versante mantovano poi il boss Nicolino Grande Aracri, per la prima volta al Nord, viene accusato di associazione mafiosa. Gli investigatori lo descrivono come un capo molto furbo, che lascia autonomia alla ’ndrina, perlomeno finché gli affari funzionano. Per la Dda con un vincolo di sudditanza che esce nitidamente dalle intercettazioni».
Sia a Reggio che a Mantova una “spia” importante sono stati gli incendi dolosi per capire a che punto d’allarme fosse arrivata la morsa ndranghetista. Auto che andavano a fuoco a ripetizione...
«Roghi inizialmente molto sottovalutati. Fiamme appiccate per intimidire le persone che si ribellavano al clan, oppure un modo per mandare messaggi trasversali in ambito criminale».
Ricordo quando ti accompagnai, a Reggio, dall’allora procuratore capo Italo Materia. Un punto di partenza?
«Sì, ero alle prime armi, mi fece capire molte cose. Come è accaduto pure con il pm Pierpaolo Bruni della Dda di Catanzaro».
Cosa ti ha colpito di più dall’esito delle inchieste?
«La ’ndrangheta al Nord non spara, ma sa entrare illegalmente nel tessuto economico con una forza incredibile, facendo affari con le istituzioni ed estorsioni in campo edile. Un basso profilo, un radicamento, a cui non possiamo più essere indifferenti, bensì bisogna stare con gli occhi sempre più aperti».(t.s.)