Sciopero contestato, penalisti in trincea 

L’ordinanza di anticostituzionalità emessa dalla Corte è ora allo studio del direttivo reggiano della Camera Penale

REGGIO EMILIA. L’ordinanza contro lo sciopero degli avvocati penalisti che pone il dubbio di costituzionalità può davvero diventare un caso nazionale.
Già è significativo che questa “mossa” sia stata effettuata dalla Corte del maxiprocesso Aemilia (il più grande procedimento di mafia mai tenutosi al Nord Italia), ma anche l’atteggiamento tenuto ieri dagli esponenti reggiani della Camera Penale fa capire come la posta in ballo sia alta. Se, infatti, la Corte costituzionale ritenesse fondata la questione (in soldoni per i tre giudici di Aemilia il diritto allo sciopero dei difensori nei processi con detenuti va contro la nostra Carta fondamentale, anche se acconsentono i detenuti stessi), ciò avrebbe ripercussioni su non pochi importanti processi. Oltretutto in un clima di forte protesta da parte delle Camere Penali che non solo “denunciano i limiti della riforma del processo penale di iniziativa governativa”, ma lasciano intendere che arriveranno altre astensioni dalle udienze.
Ma torniamo ai penalisti reggiani che ieri hanno, in pratica, fatto quadrato. «La delicatezza dei temi affrontati – si limita a dire, attraverso una nota, l’avvocato Noris Bucchi, presidente provinciale delle Camere Penali – e l’ampiezza con la quale questi sono stati trattati, rende necessario un approfondimento che il nostro direttivo si riserva di effettuare nell’arco di qualche giorno solo all’esito del quale saremo, quindi, in grado di prendere posizione». Una riflessione in punta di diritto che perciò coinvolgerà i cinque componenti del direttivo reggiano, cioè il presidente Bucchi e gli avvocati Nicola Tria, Maurizio Colotto, Federica Riccò ed Angelo Russo. Un summit che vedremo a quale replica porterà.
Sono sei i profili-cardine individuati dalla Corte a fondamento della questione di legittimità costituzionale sollevata, il tutto facendo leva su una valutazione ben precisa che ricorre in più punti dell’ordinanza: “Il processo nel quale la questione è sollevata, è un processo di criminalità organizzata (imputazioni prevalenti ex articolo 416 bis del codice penale) con più di 150 imputati – rimarcano i giudici – e centinaia di capi d’imputazione, una mole abnorme di atti d’indagine e di prove assunte e da assumere, comprese decine di migliaia di intercettazioni telefoniche ed ambientali. In questo contesto la reiterazione di astensioni e di rinvii – qui l’affondo è contro i penalisti – disarticola e sconvolge la programmazione della fase dibattimentale, con aggravio consistente dei costi, posto che l’allestimento dell’aula, la sua sicurezza, i servizi di vigilanza e di videocollegamento producono rilevanti costi fissi. Si tratta peraltro di quelle generiche esigenze di giustizia che la Cassazione ha valutato come recessive rispetto al diritto di astensione. Il profilo che il tribunale intende esaminare è perciò diverso e attiene all’effetto del rinvio sulla libertà personale degli imputati, sul giusto processo con imputati detenuti, sul diritto di difesa, sul rapporto fra ragionevole durata del processo e durata del termine massimo di “carcerazione preventiva” che il legislatore ha fissato in determinati limiti”. Ma c’è anche un’altra sottolineatura: “Sono gli imputati detenuti a pagare il costo dell’astensione poichè non solo la loro custodia cautelare potrebbe protrarsi per tempi non predefiniti, ma rispetto a un’eventuale valutazione di ingiusta detenzione non potrebbero far valere in alcun modo il diritto all’indennizzo per tutti i giorni di ingiusta custodia cautelare sofferta».