Reggio Emilia, la Casa del Busto spegne 92 candeline  

La titolare Morini: «Intimo per tutte da tre generazioni sempre qui in via Guidelli 2». Giovedì la festa

REGGIO EMILIA. Novant’anni fa le reggiane andavano in via Guidelli 2 per farsi confezionare bustini e panciere, oggi le reggiane vanno in via Guidelli 2 per trovare un intimo su misura che le faccia sentire belle. La Casa del Busto, infatti, da lì non si è mai spostata, né ha cambiato gestione, diventando così un pezzo di storia della città.

Da cinquant’anni il negozio è nelle mani di Emanuela Morini, che ha imparato il mestiere dalla mamma Lina Ferri e dalla zia Dirce Lazzaretti. «Sono entrata in negozio quando avevo 15 anni – racconta – la mia mamma, che adesso ha 94 anni, ha iniziato a lavorarci a dieci». La Casa del Busto, come dimostra la vecchia licenza ritrovata in un baule, è stata aperta “dalla Dirce” il 26 agosto del 1925.

«Avremmo voluto festeggiare i 90 anni di attività nel 2015, ma per alcuni imprevisti non ci siamo riuscite. Festeggeremo giovedì 25 maggio, ringiovanendoci di due anni: dalle 18.30 alle 21 invaderemo via Guidelli con musica e nuove collezioni mare. Ci sarà anche un piccolo buffet».

Novantadue anni sono molto vicini al secolo. Quanto è cambiata la Casa del Busto nel tempo? 

«Quando mia zia ha aperto il negozio c’era solo la stanzetta davanti, nove metri quadrati in tutto. Lì c’erano due macchine da cucire, una stufa a legna e un banco pieno di stecche, ganci e tessuti. All’epoca non si vendevano completi intimi, ma si confezionavano...».

Ecco spiegato il nome del negozio... 

«Sì, la prima insegna recitava proprio “Confezione di busti e ventriere”. Ricordo che mia mamma realizzava un modello di panciera particolare per la dottoressa Tridenti, un’ostetrica. Le donne che avevano appena partorito non si alzavano dal letto senza».

Quando è iniziata la vendita dell’intimo moderno?

«Il boom c’è stato negli anni Settanta-Ottanta. Prima era un tabù. Mia zia e mia mamma lavoravano spesso per le signore appartenenti a famiglie altolocate, che si facevano portare tutto a casa. E per realizzare coppe imbottite, visto che le imbottiture non esistevano, si usava una strisciolina di tulle cucita a mano su se stessa per fare volume».

E adesso?

«Se siamo ancora qui dopo 92 anni è perché siamo riuscite a seguire la moda senza perdere la nostra caratteristica principale».

Cioè?

«Tutti sono capaci di vendere intimo, ma non tutti capiscono qual è quello giusto. Il reggiseno non deve segnare, il ferretto non deve fare male. Quando vedo donne che si “torturano” con l’intimo sbagliato, mi arrabbio. Noi le nostre clienti le osserviamo e le tocchiamo per capire la taglia giusta, insegniamo loro a indossare il reggiseno nel modo corretto, a tenerlo sempre regolato. E poi facciamo manutenzione».

Ai reggiseni?

«Certo, è come se fossero automobili. Cambiamo i ferretti, le imbottiture, stringiamo, allarghiamo. Siamo nate bustaie e lo siamo ancora. Anche mia mamma continua a fare qualche riparazione con la sua vecchia macchina da cucire».

E alle clienti fa piacere?

«Decisamente sì, anche perché la Casa del Busto è una specie di salottino: le persone vengono, danno un’occhiata alle novità, chiacchierano. Le mamme portano qui le figlie, le figlie le loro figlie... e così abbiamo tre generazioni di clienti».

In questi anni, com’è cambiato il rapporto della donna con il proprio corpo?

«Un tempo la donna era armoniosa e piena, oggi tende a essere sempre più longilinea. Ma è cambiata anche nel cambiare: una volta il salto era dalle ventenni alle trentenni alle quarantenni, adesso si va di sette anni in sette anni. Ma è cambiato anche altro...».

Cosa?

«Io ero in via Guidelli quando c’era ancora il ciottolato. Cinquant’anni fa dividevamo la strada con un pescivendolo, un fruttivendolo, un negozio che vendeva il vino, un altro che vendeva l’olio. La via era bella, era viva. Adesso, invece, il centro storico non è più accogliente: le strade sono buie, gli arredi urbani cadono a pezzi, i parcheggi sono cari. Le nostre clienti vengono qui perché vogliono proprio noi, altrimenti non verrebbero. Si potrebbe pensare di non fare pagare i parcheggi dalle 17.30, quando chiudono gli uffici, forse questo aiuterebbe».


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