Salsi, Debbi, Bianchini l’imprenditoria locale alla sbarra di Aemilia 

I tre sono stati ieri i protagonisti di un’udienza fiume terminata a notte fonda a causa dello sciopero degli legali

REGGIO EMILIA. Soldi in tasca, contatti, investimenti e amicizie pericolose: sono gli ingredienti al centro delle testimonianze dei due imprenditori reggiani Mirco Salsi e Giuliano Debbi, e di quello modenese Augusto Bianchini, finiti ieri alla sbarra del processo Aemilia in qualità di imputati. Un’udienza record, terminata a notte fonda perché lo sciopero degli avvocati dal 22 al 25 maggio avrebbe fatto saltare alcune udienze e il pm Marco Mescolini venerdì prossimo è impegnato a Bologna per l’appello degli abbreviati. Il presidente della Corte, Francesco Caruso, ha deciso quindi di proseguire con l’ultimo teste fatto sedere dopo le 19. «Sono sicuro che qualcuno ci ha voluto eliminare» ha detto ieri Augusto Bianchini, 63 anni, al culmine dell’interrogatorio davanti alla Corte del processo Aemilia. Si è difeso, ha respinto con sdegno l’ipotesi di avere fatto affari con la ’ndrangheta emiliana, ammettendo al più l’emissione di fatture gonfiate per produrre denaro in nero e di avere assunto gli uomini di Michele Bolognino con un subappalto “mascherato”, che lui peraltro garantisce essere usuale nell’edilizia. Ha anche pianto, senza riuscire a rispondere alle domande, quando deve spiegare che il figlio Alessandro aveva deciso a sua insaputa di fondare la Ios, abbandonando giocoforza al suo destino ormai compromesso l’azienda di famiglia, da poco esclusa dalla white list. «Sa, signor giudice, dopo tanti anni di onesto e duro lavoro noi pensavamo, noi speravamo...», dice prima di essere sopraffatto dai singhiozzi, ottenendo di soprassedere.
Poi a parlare è stato Giuliano Debbi, imprenditore di Scandiano, ex amministratore delegato di una società importante della famiglia Burani, la Biohera, quand’era quotata in borsa. Grazie a un amico in comune nel 2005 conobbe Omar Costi che gli chiese di costituire una società che vendeva prodotti tecnologici, la Minimun, poi al centro di un’indagine della Finanza per fatture fittizie. Da lì partirono, secondo Debbi, i suoi guai e gli intrecci con alcune persone legate alla malavita reggiana, che si intrecciò anche con l’investimento di Debbi nello stabilimento al mare Marina Bay di Ravenna. Un susseguirsi di affari e contatti ricostruiti ieri da Debbi, imputato per estorsione insieme ad Alfonso Diletto e Marco Gibertini, e per minacce insieme a Antonio Silipo e Nicolino Sarcone. Secondo Debbi quegli affari avevano tutta l’intenzione di essere puliti, fatti alla luce del sole, ma in certi frangenti lasciati a persone delle quali era meglio non fidarsi.
Infine Salsi, patron della Reggiana Gourmet, che chiese aiuto, tramite l'amico Marco Gibertini, ai cutresi per il recupero crediti: prima Antonio Silipo, poi Nicolino Sarcone (questi ultimi sono già stati condannati per mafia in udienza preliminare a Bologna) che dissero che avrebbero risolto il problema, in cambio di un 25% della somma sotto forma di fatture false, per le “spese”. Per l’accusa quei soldi dati a Maria Rosa Gelmi e mai restituiti servivano per pagare una tangente per la distribuzione di cibo nelle mense.