«Tutti siamo stati traditi I soci non hanno visto?» 

Intervista a Bini che su Facebook ha postato un commento sui crac delle coop: «Hanno favorito nel lavoro tanti personaggi che ora sono imputati in Aemilia»

REGGIO EMILIA. Commentando su Facebook la lettera-denuncia di Daniele Pelliciardi di Rio Saliceto, figlio di un socio muratore dell’Unieco, apparsa sulla Gazzetta giovedì, il sindaco di Castelnovo Monti si occupa dei due grandi temi che occupano da tempo la prima pagina.
Enrico Bini circa le responsabilità del crollo delle coop ha annotato: «Tutti siamo stati traditi da questi signori. Il valore cooperativo non esisteva più da tempo e i soci non contavano più, nella loro conduzione erano anche arroganti. Poi non dimentichiamo che hanno usato per anni e favorito nel lavoro tanti di quei personaggi che oggi sono imputati al processo Aemilia».
Il sindaco sembra evocare cioè che è emerso in diversi dibattimenti, da testimoni e da pentiti che genericamente hanno parlato di contatti fra uomini coinvolti nel processo e cooperative emiliane. Bini sembra fare riferimento anche alle dichiarazioni dell’ex prefetto De Miro in una recente udienza, e lo rivela nell’ultima risposta. Abbiamo infatti intervistato il sindaco, che è anche presidente dell’Unione dei Comuni dell’Appenino Reggiano. Nella lettura un’avvertenza: l’esposizione di Bini è triplice, perché è un amministratore locale; un socio della cooperazione; un testimone del processo Aemilia, spettatore militante delle udienze.
Perché le è venuto in mente di prima mattina di postare un commento così esplicito?
«Semplicemente perché io sono un cooperatore. Frequento quel mondo. Da vent’anni sono socio di una cooperativa e credevo nei valori della cooperazione e del ruolo dei soci. Mi sono indignato nel vedere quel che ormai succede da troppo tempo in quel mondo».
Non è che lei avvista in tutto il territorio, dalla montagna alla pianura, sempre lo stesso rischio, a forza di frequentare le udienze di Aemilia?
«Sarò un visionario, ma credo di no. Sono successe troppe cose negli anni, certe realtà potevano scorrazzare e fare quello che volevano dentro l’economia».
Dunque a Reggio c’è sempre un problema di debolezza di attenzione, di assenza di anticorpi?
«No. C’era qualcosa di diverso: l’interesse per gli affari, per i soldi. Con quelli abbiamo giustificato tutto purché si guadagnasse».
Dove stanno le responsabilità?
«Io credo che la prima responsabilità sia dei soci. Lo dico in un momento brutto, e quindi non sembra giusto. Ma i soci per troppo tempo oltre ad essere stati tenuti fuori non si sono occupati delle decisioni, per cui i consigli di amministrazione hanno avuto il ruolo che ho letto sulla Gazzetta: hanno impegnato tutto il capitale sociale nelle banche e solo dopo lo hanno comunicato ai soci. Chi era nei consigli d’amministrazione in quel periodo o non ha visto o non ha detto niente. Di conseguenza il resto della responsabilità è di chi non voleva occuparsene. Se non ci fosse stata la crisi nel 2008 queste cose non sarebbero uscite. Ma nel 2008 è cambiato il mondo e quindi ci sono stati i fallimenti e sono venuti alla luce i disastri».
I politici insistono nel dire che le porte girevoli tra coop e politica appartengono a un passato ormai remoto. È vero?
«Non sono d’accordo con chi vuol dare tutte le colpe alla politica. Ma nel caso ci sono delle responsabilità. Le porte girevoli hanno funzionato e stanno funzionando ancora. Non sono così convinto che questo fenomeno ormai appartenga al passato».
Secondo lei dal processo Aemilia scaturiranno delle sorprese?
«È un po’ che lo dico. Sì. È un po’ che cominciano ad uscire pian piano le cose non solo dal processo che è celebrato a Reggio, ma anche nel resto d’Italia. Ci saranno delle sorprese perché il ruolo che hanno appunto avuto i colossi cooperativi sull’economia, gli intrecci, le tangenti che sono girate per il Paese prima o poi usciranno. L’avevo detto un anno fa: dobbiamo affrontare questo problema in modo serio, non nascondendo la polvere sotto il tappeto. È bene che la politica e Legacoop facciano uscire queste cose».
Qual è la cura?
«Sono un umile sindaco di montagna. La cura è quella di impegnarci ad affrontare le cose tutti insieme, farci aiutare da chi è specializzato e far ripartire le nostre relazioni, attivare il controllo. Ecco, non ricorriamo agli esperti per farci dire che siamo belli e bravi, ma per risolvere i problemi. Se non si tira fuori tutto non si riparte. Ogni volta che c’è una testimonianza al processo Aemilia trapelano le cose che ha detto il prefetto De Miro: qui c’era un sistema che faceva affari con l’ndrangheta. Bisogna scoprire chi li faceva, come li faceva, con chi li faceva».