Brescello: minacce mafiose a Catia Silva, condannati i cinque imputati  

Inflitte pene da quattro a sei mesi. La leghista: «Questa è una sentenza contro l’omertà: spero che altri trovino il coraggio di parlare»

BRESCELLO. «Una grande rivincita dopo otto anni e spero che queste condanne servano ad aiutare altri brescellesi che sanno a denunciare. Questa è una sentenza contro l’omertà. Non bisogna scoraggiarsi anche quando non si viene creduti e bisogna andare avanti». Il giudice Alessandra Cardarelli ha appena pronunciato la sentenza di condanna contro i cinque imputati per le minacce mafiose del 2009 e Catia Silva non trattiene la commozione. La leghista di Brescello al momento della lettura della sentenza si è messa a piangere e ha abbracciato l’avvocato Gianluca Vinci, che da anni l’assiste gratuitamente in questo procedimento.

Il tribunale ieri pomeriggio, dopo oltre due ore e mezza di camera di consiglio, ha condannato Salvatore Grande Aracri, Alfonso Diletto e Carmine Rondinelli, a sei mesi di reclusione, mentre Salvatore Frijio e Girolamo Rondinelli a quattro mesi e 15 giorni. La pena non è sospesa e il tribunale ha condannato gli imputati al risarcimento, da quantificare in sede civile (la parte offesa lo ha quantificato in 50mila euro).

Nella sua requisitoria il pm della Dda di Bologna Enrico Ceri aveva chiesto l’assoluzione per Frijio (imputato di tentata violenza privata) e la condanna a quattro mesi per Grande Aracri e Diletto e a sette mesi per Girolamo e Carmine Rondinelli.

Nella sua arringa l’avvocato Vinci ha ritratto Catia Silva come la prima brescellese che ha avuto il coraggio di squarciare il velo sulle infiltrazioni mafiose in paese. «Questa vicenda non va inquadrata nel processo Aemilia - ha detto il legale - ma nello scioglimento per mafia del Comune di Brescello. La ’ndrina locale voleva tenere coperte le infiltrazioni che la Silva già nel 2009 denunciava sui giornali».
Il pm Ceri ha detto che le minacce alla parte offesa sono state rivalutate dopo l’operazione Aemilia del 2015, che ha motrato «cosa bolliva nella pentola reggiana».
Il magistrato ha sottolineato i rapporti degli imputati con Nicolino Grande Aracri. Salvatore, figlio di Francesco, è il nipote del boss cutrese, mentre Diletto è stato condannato a 14 anni e 2 mesi nel processo Aemilia che si è svolto con rito abbreviato a Bologna.

Gli imputati presero di mira Catia Silva perché identificata come l’ispiratrice di alcuni articoli di giornale che parlavano della ’ndrangheta a Brescello. Per il pm quella nei confronti di Catia Silva non è stata la reazione della comunità calabrese, ma la reazione di persone legate al boss Grande Aracri.
Il dato significativo del processo è che la brescellese è stata creduta. In un primo momento infatti il suo racconto non aveva convinto. I legali difensori ieri hanno ricordato che più di una caserma in principio non aveva raccolto la denuncia della donna. In proposito il pm ha parlato di «sottovalutazioni» da parte dei primi inquirenti che trattarono la vicenda.

I difensori Alessandro Sivelli, Maurizio Colotto, Liborio Cataliotti e Giuseppe Migale Ranieri, che avevano chiesto l’assoluzione per i loro assistiti, hanno messo in dubbio l’attendibilità della parte offesa, descritta come una persona in cerca di visibilità per motivi politici.
Gli imputati ieri non hanno testimoniato, mentre il solo Diletto, sottoposto al 416 bis, ha reso spontanee dichiarazioni in videoconferenza dal carcere di Viterbo. Diletto ha detto che la leghista nel 2009 lo chiamò al telefono: «Mi chiese di appoggiare la sua lista elettorale e dopo il mio rifiuto si inventò quella fantomatica minaccia».

Il pm ha descritto Diletto come una persona che «con fare suadente» ha cercato di far ritrattare Catia Silva, senza esposrsi, «perché l’esposizione personale è rimessa ai picciotti».