Mormorio dalle “gabbie” al nome Garofalo 

La prima pentita di ’ndrangheta al Nord fu uccisa e bruciata: sue le rivelazioni contro i Grande Aracri

REGGIO EMILIA. Lea Garofalo, calabrese, la prima pentita della 'ndrangheta al Nord: fu lei ad alzare il velo sugli affari dei clan guidati da suo marito e pagò con la vita a 35 anni (strangolata ed il cui cadavere venne poi bruciato) questa collaborazione con la giustizia.
Una storia amara e raccapricciante di cui parliamo perché ieri – nell’aula di Aemilia – il suo nome è risuonato, suscitando per ben due volte il mormorio (infastidito?) dei detenuti dalle “gabbie”.
Ma perché si è parlato della Garofalo? E’ accaduto durante una testimonianza.
Sta parlando Fabrizio Tommasetti (maresciallo del centro operativo della Dia di Roma) che entra sul contenuto di varie intercettazioni tra Alfonso Diletto (considerato una delle figure più rilevanti del clan reggiano-cutrese, già condannato ad oltre 14 anni di reclusione in primo grado a Bologna ed ora è atteso dall’appello sempre nel foro feslineo) ed altre persone (tra cui la sua compagna).
Il testimone illustra due specifiche intercettazioni.
Nella seconda – dell’ottobre 2013 – il colloquio era stato innescato dalla notizia, diffusa dal Tg2 Rai, che aveva annunciato l’esecuzione di 17 ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Dda di Catanzaro proprio dopo le rivelazioni di Lea Garofalo.
Pronunciato questo nome, dalle “gabbie” è partito il primo mormorio. «Hai sentito?» telefonò un interlocutore a Diletto, e lui – secondo quanto racconta l maresciallo – si mostrò nella risposta «molto preoccupato».
Nel sentire il nome della Garofalo, il presidente Francesco Caruso si mostra estremamente interessato, informandosi meglio dal testimone. E anche stavolta, la parola Garofalo suscita un nuovo mormorio.
La pm Beatrice Ronchi interviene e in pratica chiude velocemente il discorso («Sì, ma è stata uccisa»), precisando che la procura antimafia ha già tutta la documentazione che riguarda quell’inchiesta calabrese e che avrebbe depositato la relativa ordinanza (riguardante nello specifico un’articolata indagine per sette omicidi commessi tra la fine degli anni Ottanta e il 2008, in una lotta tra cosche violenta e sanguinosa, che coinvolse i Comberiati di Petilia Policastro e i Grande Aracri di Cutro). Nella seconda intercettazione descritta dal maresciallo Tommasetti, la preoccupazione riguarda Brescello e più specificatamente il maxi sequestro di beni che aveva colpito nell’autunno 2013 il fratello del boss Nicolino Grande Aracri.
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