Udienze fino a sera il giudice Caruso è un maratoneta

REGGIO EMILIA. Chiede sempre di pazientare, agli imputati quanto agli avvocati. Suona il campanello che ha a portata di mano sul banco dal quale presiede la corte del processo Aemilia, ma solo per...

REGGIO EMILIA. Chiede sempre di pazientare, agli imputati quanto agli avvocati. Suona il campanello che ha a portata di mano sul banco dal quale presiede la corte del processo Aemilia, ma solo per permettere di sentire bene (e a beneficio di tutti) le preziose testimonianze dei testi. Non alza mai la voce, si fa sentire solo quando davanti a sè ritiene di avere dei testi reticenti. Un “garantista”, che non lesina domande a testi e imputati, deciso a capire nel profondo l’inchiesta Aemilia e il processo che ne è derivato con il piglio quasi di un procuratore. Per Francesco Caruso, siciliano di origine, è stato un anno campale: l’ex presidente del tribunale di Reggio si è speso affinché il processo Aemilia fosse celebrato nella sua sede naturale, Reggio Emilia, città considerata dalla Dda di Bologna l’epicentro dell’infiltrazione ’ndranghetistica. Dopo l’inizio del processo reggiano ha incontrato un’opportunità che poteva diventare un freno per Aemilia. L’estate scorsa è stato nominato a capo del Tribunale di Bologna, mantenendo però il ruolo di presidente per Aemilia, con due udienza a Reggio.
Il magistrato, 64 anni originario di Siracusa, è stato per sei anni presidente del tribunale a Reggio Emilia, dove arrivò nell’agosto del 2010. Già all’epoca Caruso si era fatto buona fama, prima di giungere a Reggio, perché a Ferrara aveva “firmato” la sentenza sulla morte di Federico Aldrovandi, il giovane deceduto dopo essere stato fermato dagli agenti di polizia.
Un magistrato già d’allora definito come tutto d’un pezzo, che aveva già dato prova di sè negli anni di Caltanissetta, in cui aveva presieduto importanti processi di mafia, come l’appello sulla strage di via D’Amelio.
La prima grana in aula è nata invece nel maggio del 2016, a tre mesi dall’avvio del dibattimento. Il pubblico latita ma al maxi processo di Reggio ci sono molte scolaresche. A maggio è l’avvocato Luigi Comberiati (ex difensore di Pasquale Brescia) chiede che gli studenti minorenni non vengano ammessi ma l’istanza non passa. Caruso ritiene che al principio sancito dalla legge si possa derogare «come fondamentale ausilio alla formazione dei giovani alla legalità» e considerato «l’interesse particolare riconosciuto a questo processo di cui è stata autorizzata in tempo reale la diffusione mediatica».
Poi, alla vigilia del referendum costituzionale del 4 dicembre, Caruso si schiera per il «no» con un lungo post su Facebook, su cui il Csm si è voluto esprimere. Passato il referendum la questione è scoppiata come una bolla di sapone e per il giudice non c’è stato alcuno strascico.
Infine, nel gennaio di quest’anno, la questione più spinosa. Gli imputati fanno leggere in aula una lunga dichiarazione chiedendo la continuazione del processo a porte chiuse, escludendo pubblico e stampa.
Sull’istanza legittima degli imputati Caruso si prende del tempo per decidere con la corte. Ne escono sette pagine d’ordinanza lette in un silenzio tombale in udienza il 19 gennaio da Caruso che respingere l’istanza presentata da 19 imputati di Aemilia che fecero riferimento a un «linciaggio mediatico» e a una «distorsione dei fatti processuali da parte dei media», che tanto aveva fatto discutere.
La Corte dichiara inammissibile l’istanza «per carenza dei presupposti normativi», il che significa che i giornalisti continueranno a rimanere nell’aula-bunker per raccontare quanto avviene nel maxi processo, comunque nell’ordinanza non mancano richiami alla stampa sul principio della presunzione d’innocenza e sull’uso di un linguaggio appropriato nelle cronache giudiziarie che diano spazio ad accusa e difesa. (e.l.t.)