È il processo dei record con 73 udienze in un anno 

Ritmo serrato imposto dalla Corte ma il termine del 2017 sembra un miraggio Mesi vissuti tra racconti criminali, istanze e centinaia di testimoni da sentire

REGGIO EMILIA. Il processo Aemilia è una corsa contro il tempo, prova tra le più dure che Reggio Emilia - in ossequio alla sua celebre efficienza - sta cercando di portare a termine. Lo sforzo è riportato nelle statistiche legate al processo. Oggi, a un anno esatto dalla prima udienza del dibattimento che si celebra a Reggio Emilia, si tiene la 73esima udienza, un tour de force che trova pochi pari in Italia. Tolte le ferie, le pause e i pochi contrattempi, le due udienze alla settimana messe a calendario dal tribunale di Reggio solo per Aemilia sono state rispettate. Il presidente della Corte, Francesco Caruso, vorrebbe terminare il dibattimento di primo grado entro il 2017 garantendo a tutti il giusto spazio. Un obiettivo ambizioso, che fisserebbe sotto i due anni la durata del processo di primo grado. Parliamo però di un processo per mafia, di portata storica per il nord Italia, il più grande finora celebrato, che coinvolge 147 imputati e una folla di avvocati che giungono da diverse regioni. Un dispiegamento di forze partito con entusiasmo, basta ricordare la corsa per la costruzione dell’aula speciale allestita all’interno del cortile del tribunale di via Paterlini, divenuto suo malgrado un palcoscenico.
Un impianto messo in piedi sempre in tempi record, e che si sta rivelando utile anche per altri processi perché assicura il collegamento video, infrastruttura tecnologica che mancava prima a Reggio.
Il processo era partito con una udienza lampo il 23 marzo 2016 avanti ai giudici Francesco Caruso, Cristina Beretti e Andrea Rat. La seconda sarà fissata dopo un mese: gli imputati dentro le gabbie chiedono e ottengono di non essere ripresi o fotografati. Intanto si attendono da Bologna le sentenze per i patteggiamenti e gli abbreviati di primo grado dopo le 40 udienze tenute dal gup Francesca Zavaglia. C’è anche una troupe televisiva dall’estero, segno dell’iniziale eco del processo sulle mafie al nord. In quell’occasione gli avvocati difensori si sono presentati con un nastro bianco attaccato alla toga, su iniziativa della Camera penale reggiana, per sottolineare il diritto di difesa degli imputati. Due giorni dopo compare un tazebao davanti all’aula bunker con il quale l’imputato Francesco Amato mette all’indice l’inchiesta scoppiata nel 2015. Nel frattempo era partito anche il processo Pesci a Brescia ed era già esplosa l’inchiesta Kyterion a Catanzaro, che intrecciano nomi e destini con gli imputati di Aemilia.
A sparigliare il mazzo erano in quei mesi le prime affermazioni dell’unico pentito nel processo di Reggio, l’imprenditore Giuseppe Giglio, il bancomat del clan, che sta ancora collaborando con la procura antimafia di Bologna.
Un mese dopo l’avvio delle udienze a Reggio, arrivano le sentenze in abbreviato di Bologna. Condannati il giornalista reggiano Marco Gibertini e l’ex autista del questore di Reggio, Domenico Mesiano. Assolto invece il consigliere comunale di Forza Italia, Giuseppe Pagliani, accusato di concorso esterno, per il quale la Procura aveva chiesto 12 anni. Una scossa che giunge a Reggio, e riguarda 71 imputati in abbreviato, tra cui quasi tutti i promotori e gli organizzatori dell’associazione mafiosa contestata dai pm della Dda Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, con pene totali per 305 anni di carcere. Prima ancora di entrare nel vivo, la sede del processo reggiano alla seconda udienza - il 24 aprile - viene contestata la competenza territoriale e la legittimità delle richieste di costituzione di parte civili: alla fine ne verranno ammesse 45 sulle 80 iniziali.
Sul banco dei testimoni scatta la maratona. Sono quelli chiamati dalla procura. Prima di tutto gli investigatori, carabinieri emiliani, che stimano in 124 gli atti intimidatori in tre anni, da Modena a Piacenza, tra il gennaio del 2010 e l'ottobre del 2012. A maggio c’è la prima contestazione da parte di alcuni legali sulla presenza degli studenti delle scuole tra il pubblico in aula. Respinta.
Dal processo parallelo di Brescia giungono le dichiarazioni di Nicolino Grande Aracri: «Macchè boss, sono solo un contadino». A giugno poi la nuova grana: Caruso viene promosso presidente del tribunale di Bologna. Un bivio che viene poi risolto: resta giudice al processo di Reggio. Sfilano anche alcuni testimoni oggetto di minacce.
C’è anche Domenico Bonifazio, cioè l’imprenditore di Reggiolo che nel novembre 2012 vide andare a fuoco nove camion della sua ditta di trasporto di ghiaia, il più grande rogo fino allora. Il processo ha udienze tecniche: si parla di milioni di euro in fatture fasulle e di incroci tra società, che descrivono la natura dell’arricchimento del sodalizio. Poi, a fine ottobre 2016, dai microfoni dell’aula esce per bocca di tre protagonisti il vero romanzo criminale: droga, battesimi, omicidi. Parlano due collaboratori di giustizia, Saverio Loconsolo e Alessandro D’Amato.
Ma parla soprattutto il killer 63enne Paolo Bellini. Il processo prosegue: gli imputati chiedono che si svolga a porte chiuse. Il giudice rigetta l’istanza che fa discutere. Ma siamo appena a metà del guado, la strada è lunga tra reticenze dei testi, 30mila pagine di atti, centinaia di intercettazioni e un braccio di ferro tra procura e avvocati che rende difficile centrare il termine entro il 2017. Su tutto resta l’immagine (nella tabella qui sopra) del grande abbraccio al tribunale di Reggio di qualche giorno fa, per onorare le vittime di mafia e sostenere il processo Aemilia.