Aemilia, un anno di processo: oggi la 73° udienza

Un anno pieno di rivelazioni, racconti crudi e forti contrasti nell’aula bunker Salta il “bavaglio” ai cronisti, ombre su politica, coop, banche e uffici postali 

REGGIO EMILIA. Un anno difficile, pieno di tensioni all’interno dell’aula-bunker che – con oggi – tocca la 73esima udienza del primo “storico” maxi processo di mafia a Reggio.

Un anno ad Aemilia che non è certo “volato” via, anzi, la mastodontica macchina della giustizia messa in piedi ha costretto tutti ad uno sforzo non indifferente per entrare in sintonia con questo procedimento in cui la parola ’ndrangheta risuona cupa ad ogni “tappa”.

GIGANTISMO. È tutto “maxi” attorno e dentro l’aula-bunker: le forze dell’ordine a protezione del tribunale (per un certo periodo affiancate pure dall’esercito), il numero degli imputati e delle parti civili con al seguito un vero battaglione di avvocati, i non pochi familiari dei detenuti presenti in aula, la valanga di testimoni sin qui sentiti, le migliaia e migliaia di pagine di verbali stesi durante le udienze.

CONTROLLI E SBARRE. Stringenti ma doverosi i “passaggi” al metal detector (non si sa mai e Reggio, in tal senso, ha una strage in tribunale che non può dimenticare), poi appena entri arriva lo spaesamento dentro quell’aula lunghissima e capiente con cui bisogna prendere le misure per ascoltare le testimonianze, per buttare un occhio e un orecchio anche ai monitor, per capire cosa intende fare la Corte.

Le “gabbie” con dentro i detenuti sono una visione ruvida, poi col tempo sono arrivate le intemperanze da dietro le sbarre, la campanella azionata dalla Corte per cercare di riportare l’ordine, ma anche qualche allontanamento dall’aula.

SINDACI LATITANTI. E il pubblico? Pochi cittadini, molti invece gli studenti ormai a quota mille. Le classi riempiono spesso l’aula, molto meno la presenza delle istituzioni. Il sindaco antimafia Enrico Bini ha più volte chiesto una presenza a rotazione dei primi cittadini reggiani. Sinora non s’è vista. Eppure sarebbe importante vedere al processo più fasce tricolori e non solo quelle dei Comuni che ci sono costituiti parte civile.

CRONISTI E STUDENTI. Il maxi processo – va detto chiaramente – a parte all’inizio, non ha la copertura mediatica nazionale che ci si aspettava. Le udienze-fiume spaventano, è un grosso sacrificio seguirle per i cronisti, un processo così complesso e dai ritmi altissimi richiede organizzazione, competenze e redazioni solide. Sarebbe invece imperdonabile che si prendesse sottogamba quella che il giudice di primo grado (il gip Francesca Zavaglia) ha definito in sentenza – riferendosi alla ’ndrangheta reggiano-cutrese – come un’associazione mafiosa “moderna, agile, mimetizzata e in grado di rompere gli argini”.

Da questo punto di vista la Gazzetta di Reggio ha la coscienza a posto, segue con scrupolo le udienze come del resto ha sempre fatto sulle infiltrazioni mafiose sin dagli anni Novanta (basta consultare la raccolta del nostro quotidiano), non credendo mai alle immancabili telefonate in redazione che con tono bonario ma deciso parlavano di anticorpi, di problemi esclusivamente fra cutresi, insomma che qua da noi “la mafia non c’è...”.

Fra l’altro cronisti e studenti si sono trovati non tanto sorprendentemente uniti e nel mirino della richiesta di “processo a porte chiuse” avanzata in gennaio da un gruppo di imputati. Inutile comunque il tentativo di bloccare la consapevolezza su certi fenomeni illeciti che si forma – nella comunità – attraverso i pezzi giornalistici o i racconti in famiglia dei ragazzi che seguono il processo: la Corte ha infatti bocciato questa forma di silenziatore.

VOLONTARI ANTIMAFIA. Sempre presenti in aula con i loro volontari un paio di associazioni antimafia. Sono Libera e Agende Rosse: la prima accompagna le classi ad Aemilia nell’ambito di un collaudato progetto sulla legalità, mentre la seconda ha creato un sito Facebook in cui è possibile seguire in diretta il processo, facendo imbufalire imputati e avvocati difensori.

ASPRA BATTAGLIA. A monte del dibattimento-gigante in corso c’è una sentenza di primo grado emessa in udienza preliminare a Bologna che ha inflitto complessivamente tre secoli di carcere a figure ritenute chiave nell’ambito del clan Grande Aracri formato emiliano. E a Reggio i due pm antimafia (Marco Mescolini e Beatrice Ronchi) stanno proseguendo – sin qui attraverso decine e decine di testimoni (qualcuno talmente reticente da mettersi nei guai) – a tessere la loro “tela” per dimostrare come un’organizzazione mafiosa calabrese operasse da tempo in Emilia e con epicentro proprio nel Reggiano.

’Ndrangheta radicata in un territorio non tradizionale. Ma su ogni testimone dell’accusa il controesame dei difensori è puntualmente aggressivo, delegittimante, pieno di distinguo e a caccia di contraddizioni. Tutto nella norma, ma siamo solo agli inizi e vedremo a parti invertite come andrà.

I RETROSCENA. Più o meno in modo approfondito sono sin qui usciti retroscena niente male: un vagone pieno di banconote coreane fermo in stazione e di cui nessuno s’era accorto, traffici di yacht, non meglio identificate organizzazioni russe che fanno capolino sugli affari ndranghetisti, investiture con riti religioso-ancestrali per gli affiliati, la massoneria come potente alleato del clan. Tante di queste “perle” sono arrivate dai pentiti (quattro quelli sentiti) e con loro il racconto si è fatto spesso crudo: omicidi a raffica, armi, aggressioni, fiumi di droga.

PEZZI MANCANTI. Ci sono anche “pezzi” che non tornano e riguardano la politica, alcune amministrazioni pubbliche, la “regìa” negli appalti, i rapporti non chiari di certe cooperative rosse, determinati uffici postali o istituti di credito troppo “disponibili”. Sono i “pezzi” al centro di una ulteriore grossa operazione antimafia? E poi come melassa il propagarsi della “zona grigia”, dei colletti bianchi che riciclano soldi sporchi in attività lecite, il che disarciona la concorrenza e inquina i mercati. Un anno d’udienze: la non conoscenza non abita più qui.
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