«Brescia truffato da un nomade voleva che lo ammazzassimo»

REGGIO EMILIA. I due pm antimafia non hanno certo chiesto al pentito Francesco Oliverio solo un “inquadramento generale” sulla ’ndrangheta e le sue infiltrazioni al Nord («Per droga, traffico di armi,...

REGGIO EMILIA. I due pm antimafia non hanno certo chiesto al pentito Francesco Oliverio solo un “inquadramento generale” sulla ’ndrangheta e le sue infiltrazioni al Nord («Per droga, traffico di armi, estorsioni, attività commerciali»), perché ben presto le domande si sono spostate specificatamente sull’Emilia.
E il collaboratore di giustizia va subito al sodo: «A Reggio opera una ’ndrina distaccata di Cutro». Per poi snocciolare nomi e situazioni legate a quest’ambiente mafioso cutrese-reggiano con cui dice di aver avuto più di un contatto.
E il primo incontro che cita è shock, tirando in ballo Pasquale Brescia che è imputato in Aemilia ed è anche nei guai per lettera scritta dal carcere al sindaco Luca Vecchi: «L’appuntamento fu intorno al 2007-2008 in un ristorante di Rho e Brescia era accompagnato da due affiliati del clan Arena – entra nel merito il pentito – ed altri fra cui Nicolino Sarcone. Erano venuti perché Brescia diceva di essere stato truffato nella vendita di un ristorante-hotel ad uno “sceicco” che in realtà era un nomade. Un affare da 500mila euro. La prima tranche era di 250mila: la prima fila di banconote “buona”, quelle sotto no. Neanche uno scemo si fa pagare così – commenta, beffardo, Oliverio, praticamente sotto gli occhi di Brescia che l’ascolta dietro le sbarre – comunque era disposto a pagare lui altri centomila euro, purché un proiettile colpisse in testa lo zingaro. Ma poi venni a sapere che la vicenda era diversa: non la truffa per l’acquisto di un hotel, ma la “risposta” del nomade per il valore di una partita di cocaina ricevuta, cioè un chilo buono e 3-4 chili non buoni». Conosciuta quella che riteneva la vera motivazione, Oliverio si sarebbe a quel punto disinteressato della faccenda. Descrive Brescia «come uno a Reggio molto in amicizia con forze dell’ordine ed istituzioni». E su Brescia si tornerà più avanti, nell’udienza, per un contestatissimo riconoscimento fotografico da parte del pentito (i difensori del ristoratore degli “Antico sapori” hanno molto da ridire su come era avvenuto nel 2012) e la Corte opta per rifarlo in aula, mettendo l’imputato in mezzo ad altre tre persone molto somiglianti. Oliverio scruta quei volti da un monitor: una misura di sicurezza chiesta dal legale del pentito, perché quest’ultimo in un altro processo era stato minacciato di morte da chi aveva di fronte per il riconoscimento. E il collaboratore di giustizia riconosce Brescia. Ma su quell’incontro i difensori – a fine udienza – sono lapidari davanti ai taccuini: «Assolutamente inesistente quello che ha detto nei confronti di Brescia». (t.s.)