Spunta un altro pentito nell’aula bunker 

Presto sarà sentito l’ex boss Francesco Oliverio: ha indicato alla Dda nomi, ruoli, legami e conflitti del clan a Reggio

REGGIO EMILIA. Con le sue rivelazioni a raffica – in fase di indagini e durante i processi – sta facendo tremare le cosche calabresi da tempo attive al Nord e presto il pentito 46enne Francesco Oliverio piomberà anche nell’aula bunker di Reggio (non è chiaro se verrà sentito in udienza “protetto” da un paravento o in videoconferenza da una località segreta) .
Una “calata” non indifferente perché il collaboratore di giustizia – considerato dagli inquirenti di mezza Italia un personaggio di primo piano – sta da cinque anni raccontando fior di intrecci illeciti che l’hanno messo nel mirino dei clan marchiati ’ndrangheta, con minacce di morte giunte anche durante un processo dalla “gabbia” degli imputati (ma non sono mancate, in altro contesto, cupe frasi dal sapore di vendetta ed indirizzate ai suoi figli). Il pentito Francesco Oliverio è l’ex capo del clan Spinello di Crotone che dal 2005 comandava sei ’ndrine e un distaccamento nel Milanese (specificatamente a Rho). Condannato per associazione mafiosa, ha già espiato la pena e dal 2012 ha iniziato a collaborare.
REGGIO E IL CLAN. Secondo quanto “filtra” dalle indagini di Aemilia, l’ex boss sarebbe al corrente di come la ’ndrangheta si è radicata a Reggio e nelle province circostanti, avendo già fatto ai pm antimafia della Dda di Bologna tutta una serie di nomi di imputati di Aemilia con ruoli precisi all’interno della cosca cutrese-reggiana Grande Aracri. Per il pentito si tratterebbe di ndranghetisti in stretto contatto con il clan di Cutro, ma autonomi nella loro operatività in Emilia. Ricordi e personaggi che si legherebbero anche alla “guerra” che nei primi anni Duemila era scoppiata fra le cosche rivali Dragone e Grande Aracri, con morti ammazzati, tradimenti e tensioni a non finire con ricadute pure nel Reggiano.
Due anni fa il collaboratore di giustizia era finito nella casa-lavoro di Castelfranco Emilia (Modena) e qui per tre mesi ha rischiato davvero grosso, perché si era ritrovato con detenuti espressione o vicini a quei clan che il pentito stava mettendo nei guai con le sue rivelazioni.
TRE MESI DA INCUBO. Una situazione pericolosa e paradossale allo stesso tempo, perché Oliverio era finito in quella struttura – senza reparti adeguati per i pentiti – per un residuo di pena connesso ad una condanna di un anno inflitta ben prima l’avvio della sua collaborazione. Una condanna – che il 46enne aveva già scontato per due terzi – sospesa nel 2012 e ripristinata nell’estate 2015. Una pericolosità di cui si era subito reso conto il direttore dell’istituto, ma le sue segnalazioni erano cadute nel vuoto, come del resto quelle della Dda di Catanzaro per farlo spostare. La revoca della misura restrittiva arrivò tre mesi dopo ed Oliverio per tutto quel tempo era stato costretto ad un completo isolamento, per evitare contatti con gli altri detenuti. Una disperata “mossa” che gli ha probabilmente salvato la vita.
Comunque sia, le sue rivelazioni continuano decisamente a fare paura...
©RIPRODUZIONE RISERVATA