Morì soffocato, l’operatrice non c’entra 

Tragedia alla casa protetta: la 25enne ritenuta estranea. La difesa: «Evitata una doppia ingiustizia» 

REGGIO EMILIA. Nessuna replica – ieri in udienza – da parte dell’accusa e della difesa, quindi dopo mezz’ora di camera di consiglio il giudice Andrea Rat è uscito con la sentenza d’assoluzione “perché il fatto non sussiste” nei confronti dell’operatrice socio-sanitaria 25enne Vincenza Scognamiglio. Una sterzata non indifferente per una vicenda – l’accusa era di omicidio colposo – che risale ad oltre sette anni fa.
Nel gennaio del 2010 l’82enne Camillo Grassi era morto soffocato nella casa protetta “I Girasoli” di Pieve Modolena. Un decesso avvenuto per asfissia, perché rimase incastrato con la testa nella spondina sinistra del letto. Era stata avviata un’inchiesta complessa, con diversi indagati, ma solo la giovane operatrice della struttura è poi finita sul banco degli imputati.
«Mi fa molto piacere che una vicenda giudiziaria così delicata si sia conclusa in questo modo – rimarca, al termine del processo, l’avvocato difensore Giovanni Tarquini – perché si è evitata una doppia ingiustizia. Stiamo infatti parlando di una persona che fa un lavoro di grandissimo sacrificio in una casa protetta, a cui non è imputabile nessuna colpa».
Quello di ieri è stato l’ultimo atto di un lungo processo, in cui nell’udienza scorsa la procura aveva chiesto la condanna a sei mesi di reclusione, mentre la difesa l’assoluzione. La procura ritiene la Scognamiglio responsabile della tragedia perché aggiustò con del nastro adesivo quella spondina, rivelatasi difettosa.
Tramite la responsabile della struttura e alcune assistenti si è cercato di capire – in aula – se il difetto della spondina era stato scoperto e se era stato segnalato alla squadra di manutenzione. Del difetto ci si era accorti già nella mattinata, quando si era provveduto a cambiare le lenzuola. E la procedura in caso di qualsiasi tipo di guasto comporta che il fatto sia segnalato su di un apposito registro.
«La segnalazione c’è – aveva ribadito nell’arringa l’avvocato Tarquini – e l’infermiera ha trovato le spondine rotte e le ha aggiustate con il nastro adesivo, segnalando poi il guasto nell’apposito registro e anche verbalmente, come confermato dai testimoni. Il problema, semmai, è che la persona che doveva raccogliere quelle segnalazioni era assente quel giorno. L’operatrice socio-sanitaria ha fatto il possibile». Tesi difensiva condivisa ieri dal giudice Rat.
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