A Massenzatico il raduno nel nome del “divin porcello”

Reggio Emilia: la Maialata fa il pieno alle Cucine del Popolo, prima la teoria con Alberto Capatti e poi tutti a tavola

REGGIO EMILIA. Maiale, di carne, figurato, ragionato. Quella vissuta a Massenzatico, al circolo Le Cucine del Popolo, è stata una giornata dedicata al suino in ogni sua declinazione, dalle riflessioni storiche e scientifiche per chiudere con i sapori più forti e robusti, quelli che sono insieme i peggiori nemici della dieta e i più gustosi da assaggiare.

L’iniziativa, ospitata dal circolo La Paradisa, è stata organizzata nel periodo dell’anno in cui, secondo la tradizione, si uccide e si lavora il maiale. Un tempo, nella Reggio rurale, ogni famiglia si trovava nelle aie per disfare il maiale, e anche l’oggi l’usanza è molto diffusa. Grazie al freddo era possibile preparare tagli e insaccati con maggiore calma, e soprattutto conservarli nel migliore dei modi senza che le temperature elevate accelerassero i tempi di “scadenza”.

Oggi, l’abitudine si declina in decine di maialate ed eventi gastronomici a tema. Quello di Massenzatico è uno dei più seguiti ed apprezzati, e anche nel 2017 si è confermato, radunando un centinaio di persone per il pranzo collettivo. Fra loro, anche una manciata di coraggiosi: un gruppetto ha infatti scelto il menù vegetariano, una decisione complessa in una proposta gastronomica interamente suina. E nessuno di loro è stato sacrificato sull’altare del divin porcello. Per chi invece ha puntato alla maialata vera e propria, non sono mancate né le calorie né il gustoso piacere salato del maiale.

Il pranzo è stato seguito da una veterana, la signora Rita, moglie di norcino con cui hanno condiviso per decenni segreti e passioni della lavorazione suinicola. Prima di mettersi a tavola, si era ragionato del ruolo della maiale nella storia, nella cultura e nella gastronomia, un percorso che punta ormai ai diecimila anni visto che le prime testimonianze di suini addomesticati risalgono a prima del 7.000 avanti Cristo. Di questo aspetto ha parlato l’ospite d’onore Alberto Capatti, uno dei principali storici della gastronomia italiana e docente di Scienze Gastromiche. Con lui, l’insegnante di Agraria dell’università di Parma Pietro D’Alessio, che ha fornito una panoramica più scientifica, in particolare sulla questione produttiva.

Dopo il pranzo, per digerire risotto e ciccioli, si è puntato sul sarcasmo di Stefano Raspini, che si è presentato a Massenzatico per interpretare una versione “suinicola” di Donald Trump, in una lunga narrazione a metà fra l’italiano e l'inglese maccheronico.

Insomma, un lungo grande omaggio al divin porcello. Un animale fondamentale per la cultura e le usanze reggiane così come dell’intera area della Pianura Padana, da sempre caratterizzata da allevamenti suini diventati col passare dei secoli sempre più importanti e vasti. Un’usanza importata oltre due millenni fa dalle tribù galliche stanziate nel piano del Po. E poi diffusa in tutta la penisola dai Longobardi.

La nostra tradizione è intrisa di queste abitudini, basti pensare a gnocco fritto (da friggere usando lo strutto) ed erbazzone: nella ricetta classica, la pasta viene ammorbidita con lo strutto e lo strato verde viene insaporito con tocchetti di grasso di notevole sapore. Un discorso che vale anche per tanti altri impasti e piatti, compreso il minestrone: quello delle nonne prevede i resti del prosciutto come ingrediente “di sapore”.