La stampa resta in aula «No alle porte chiuse»

Istanza degli imputati respinta. Ai cronisti: «Rispetto dei diritti»

REGGIO EMILIA. Sette pagine d’ordinanza lette in un quarto d’ora tutte d’un fiato – in un silenzio tombale – dal presidente Francesco Caruso per respingere, dichiarandola inammissibile, l’istanza presentata due giorni prima da 19 imputati di Aemilia per chiedere il dibattimento a porte chiuse, facendo riferimento a un «linciaggio mediatico» e a una «distorsione dei fatti processuali da parte dei media». La Corte ha dichiarato inammissibile l’istanza «per carenza dei presupposti normativi», il che significa che i giornalisti continueranno a rimanere nell’aula-bunker per raccontare quanto avviene nel maxi processo, comunque nell’ordinanza non mancano richiami alla stampa sul principio della presunzione d’innocenza e sull’uso di un linguaggio appropriato nelle cronache giudiziarie che diano spazio ad accusa e difesa. Dopo il “no” dei giudici nessuna reazione dalle “gabbie” dei detenuti.

UDIENZA PUBBLICA. «Va ricordato – ha scandito Caruso – che la pubblicità dell’udienza “a pena di nullità” è anzitutto garanzia fondamentale degli imputati, come tale riconosciuta dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E che le eccezioni a tale regola sono tassative, previste dall’art. 472 codice di procedura penale, secondo una casistica che appare a prima vista estranea alla situazione rappresentata dagli imputati. Si dolgono di fatti avvenuti in realtà fuori dall’udienza, con la redazione e la pubblicazione di articoli di stampa, la trasmissione e il commento di fasi dell’udienza, la pubblicazione sui nuovi mezzi di comunicazione di massa di resoconti più o meno esaustivi di quanto avviene in udienza».

TESTIMONI. «Lo stesso pericolo paventato che i testimoni possono essere influenzati dalla mera conoscenza di altre testimonianze – prosegue il giudice – è da un lato connaturato alle caratteristiche dimensionali e dalla rilevanza pubblica del processo che non permettono di tenere testimoni e parti all’oscuro delle dichiarazioni testimoniali rese in precedenza e dall’altro non è ascrivibile alla diffusione attraverso i media del contenuto delle deposizioni, visto che forme di condizionamento e influenza occulte sono assai più efficaci e meno controllabili del rischio temuto».

LA PROVA IN AULA. Sta di fatto che la garanzia di genuinità della prova e la correttezza dell’assunzione risiede nella capacità delle parti attraverso l’esame incrociato di ottenere deposizioni veridiche o, al contrario, di fare emergere fattori d’inquinamento della testimonianza. In questo senso le caratteristiche del processo accusatorio rendono meno stringenti le esigenze di mantenere la “verginità” processuale della fonte di prova, risiedendo nell’esercizio professionale delle tecniche dell’esame incrociato la migliore garanzia per indurre il teste da un lato a dire la verità e solo la verità e dall’altro a dimostrarne l’inattendibilità. Ciò del resto emerge dallo stesso documento degli imputati i quali si dolgono del mancato rilievo assegnato dai media al controesame della difesa che essi ritengono quindi efficace per smentire i testi d'accusa».

CRONACA GIUDIZIARIA. «Ciò detto ritiene tuttavia il tribunale che la doglianza degli imputati meriti attenzione e legittimi un richiamo all’esercizio il più possibile professionale del sacrosanto e incomprimibile diritto di cronaca giudiziaria, essendo in gioco l’altrettanto fondamentale principio di presunzione di non colpevolezza che deve esse re bilanciato con il primo. Il tribunale intende perciò ribadire che, quale che sia la gravità delle accuse rivolte agli imputati, intende assicurare agli imputati un processo equo per cui il potere-dovere di raccontare e diffondere a mezzo stampa notizie e commenti, quale essenziale estrinsecazione del diritto di libertà di informazione e di pensiero, incontra limiti in altri diritti e interessi fondamentali della persona, come l’onore e la reputazione, anch’essi costituzionalmente protetti dagli artt. 2 e 3 Cost. dovendo detta libertà, in materia di cronaca giudiziaria, confrontarsi anche con il presidio costituzionale della presunzione di non colpevolezza di cui all’art. 27 della Costituzione».

BILANCIAMENTO. «I rapporti fra giustizia ed informazione necessitano quindi di un ragionevole bilanciamento di valori, al culmine del quale è la regola per cui quali che siano i risultati investigativi è solo il dibattimento il luogo della formazione della prova, il momento del convincimento del giudice, il luogo del contraddittorio, delle deposizioni dei testi che dovranno rispondere ad entrambe le parti processuali; è il dibattimento il solo momento che grazie alla sua pubblicità garantisce un processo equo, in esito al quale soltanto esistono eventuali colpevoli. Tutto ciò che accade prima è ipotesi ed elemento cognitivo che non avrà valore di prova se non supererà il vaglio del dibattimento, per cui quanto più si dilatano i tempi del processo tanto più alto il rischio che l’ipotesi d’accusa prenda il posto della verità che è invece solo quella fissata dalla sentenza in ossequio alle regole del processo».

ANTICORPI ALLA FAZIOSITÀ. «La richiesta degli imputati, al di là del giudizio tecnicogiuridico in senso stretto – conclude Caruso – consente di fare il punto in un processo di così grande rilevanza mediatica sulla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo alla quale gli imputati nella sostanza si appellano. Pur in assenza di argomenti di particolare spessore perché ciò che si contesta nella sostanza è il fatto stesso che un’informazione sul processo sia data mentre delle denunciate distorsioni non viene offerto alcun concreto esempio, due conclusioni possono essere raggiunte. Il sistema anzitutto dimostra di possedere al suo interno i rimedi per reagire ad eventuali faziosità e pregiudizi della comunicazione, come la stessa rilevanza mediatica ottenuta dal documento degli imputati dimostra. Gli imputati inoltre hanno portato al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica i complessi rapporti tra principi e valori che possono trovarsi in conflitto e hanno potuto svolgere le proprie rimostranze e critiche sul modo in cui i media svolgono il proprio ruolo; una critica che, indirizzata formalmente al tribunale con richiesta di tutela, non è altro nella sostanza che un modo per riequilibrare i contenuti dell’informazione dalla parte della difesa, attraverso quegli stessi mezzi della cui imparzialità si dubita».