Estorsione, dal testimone una serie di «non ricordo»

Il 42enne era il responsabile di un cantiere a Sant’Ilario che andò a fuoco nel 2012 Il pm: «Non può continuare così». Caruso: «Per reticenza si rischia un processo»

REGGIO EMILIA. «Ci sono voluti sei mesi per farlo arrivare a testimoniare e fra poche ore deve ripartire per la Romania».

È stata presentata così ieri alla Corte – dal pm antimafia Beatrice Ronchi – l’urgenza connessa alla testimonianza del 42enne Antonio De Leonardis, ritenuta preziosa dall’accusa perché nell’estate 2012 era capocantiere (per conto della ditta Impredil) in via Montegrappa a Sant’Ilario dove stavano sorgendo tre villette, ma soprattutto dove per gli inquirenti venne commessa un’estorsione con metodi mafiosi (ai danni di Marcello Dall’Argine, titolare della società Vesta committente dei lavori) da parte di cinque persone: Antonio Floro Vito, Antonio Silipo, Salvatore Sestito, Rosario Flasetti ed Antonio Muto (classe 1971). E quel cantiere andò a fuoco.

Ma questa testimonianza sarà a dir poco sofferta: De Leonardis infarcisce di «non ricordo» le sue risposte, fatica a mettere insieme quanto denunciò ai carabinieri dopo l’incendio, dice di non conoscere certi nomi (Antonio Floro Vito, Gaetano Blasco) che gli vengono sottoposti dal pm Ronchi. Tentennamenti che hanno fatto sbottare più volte il presidente Francesco Caruso: «Questi non ricordo sono sospetti, possono significare reticenza e falsa testimonianza. L’associazione mafiosa è un’accusa grave e l’omertà ne è una caratteristica importante: se si pensa che la sua deposizione è omertosa non è certo nell’interesse degli imputati, è una prova per l’accusa. E poi la reticenza non è senza conseguenze: si va sotto processo». In più occasioni anche il pm Ronchi ha perso la pazienza («Non si può continuare così!»). Da parte sua De Leonardis si è giustificato facendo riferimento al troppo tempo passato: «Lo giuro sui miei figli, ho conosciuto tante persone in quel cantiere, fatico a ricordare». Sollecitato dalle domande dell’avvocato difensore Giuseppe Migale Ranieri il testimone ha detto di non essere mai stato minacciato da Floro Vito e Sestito che in quel cantiere avrebbero svolto lavori di carpenteria.