«Via i giornalisti dall’aula»

Istanza degli imputati: «Linciaggio mediatico, vogliamo il processo a porte chiuse»

REGGIO EMILIA. «Signor presidente, i sottoscritti imputati detenuti chiedono di voler procedere affinché il processo si svolga a porte chiuse». Sergio Bolognino ha esordito così, ieri mattina, attraversando con la sua voce le sbarre della gabbia detentiva montata in aula, per raggiungere i tre giudici della corte del processo Aemilia, presieduta da Francesco Caruso. Con gli occhi sul foglio, in qualità di portavoce degli imputati rinchiusi per buona parte in carcere a Reggio Emilia, Bolognino ha chiesto ufficialmente che il processo sul radicamento della ’ndrangheta in Emilia e i suoi mille rivoli, venga celebrato a porte chiuse, lontano dalle orecchie di chi non è imputato, giudice, avvocato, testimone o parte civile. Nel caso in cui non si riesca in questo primo intento, gli imputati chiedono che vengano esclusi i giornalisti dall’aula speciale allestita nel cortile del tribunale di Reggio, così come i blogger che aggiornano puntualmente le pagine facebook dedicate a Aemilia. Di più: alla corte gli imputati chiedono anche di acquisire gli articoli e gli scritti pubblicati per verificarne il contenuto e ripristinare «la verità dei fatti» sbandierata ieri nel comunicato dei detenuti. Proprio quei fatti riportati dalla stampa che assiste al complesso processo in aula, luogo nel quale si formano - udienza dopo udienza - le prove per giungere al giudizio di primo grado. Bolognino è stato scelto tra gli imputati del dibattimento che ad ogni udienza vengono trasferiti dalla Pulce all’aula e poi portati nelle gabbie.

«Da quando è iniziato il processo stiamo assistendo al linciaggio mediatico con una distorsione dei media da Gazzetta Telereggio e TG Reggio» è la sintesi del documento letto ad inizio udienza. Ogni articolo pubblicato, secondo i carcerati, sarebbe sempre in chiave accusatoria anche quando esame e controesame hanno dato un quadro diverso, ogni articolo pubblicato sarebbe rivisto sempre in chiave ‘ndranghetista, facendo riferimento alla cosca anche quando nel capo di imputazione non è previsto l’aggravante. Si fa riferimento esplicito poi a smentite e denunce nei confronti della stampa.

Poi si punta sulle scolaresche e le associazioni che partecipano, ma per i detenuti si tratterebbe di una presenza parziale, solo per ascoltare la parte accusatoria, «e vanno via quando c’è il controesame».

Nel mirino viene messa quindi la pagina facebook sul processo, aggiornata dalle volontarie dell’associazione antimafia Agende Rosse, che per gli imputati permetterebbe ai testi non presenti di sapere quanto accade in aula, distorcendo l’iter processuale.

«Il processo penale è una cosa seria» ha sottolineato il portavoce Bolognino. Gli imputati ribadiscono la richiesta di celerità dei tempi processuali, essendo peraltro detenuti da quasi due anni, «ma allo stato attuale noi e le nostre famiglie siamo additati ogni giorno come colpevoli. C’è gente innocente e c’è chi è colpevole ma non per questo fa parte di una cosca. La presunzione di colpevolezza sulla quale si basano questi media non è prevista dalle leggi dello Stato. Lungi da noi che questo possa influenzare il vostro giudizio. Non potete tacere rispetto alla distorsione dei fatti rispetto a quello che avviene in dibattimento».