Processo Aemilia, vogliono il silenziatore

Il commento del direttore Stefano Scansani dopo la richiesta avanzata dagli imputati che attaccano organi d'informazione, associazioni e studenti

REGGIO EMILIA. Era nell’aria. L’istanza letta ieri mattina da Sergio Bolognino è una sofisticata e invisibile ruspa per delegittimare Aemilia dentro e fuori l’aula di giustizia. Era nell’aria perché una delle tecniche d’infiacchimento dei grandi processi è l’instillazione del dubbio su tempi, modi, pentiti, cronache e cronisti, partecipazione pubblica, giudici. Il codice del messaggio è estremo. Chiede alla corte di celebrare Aemilia a porte chiuse, il contrario del principio del dibattimento di Aemilia che Reggio ha preteso si celebrasse qui, terra d’infiltrazione, con un senso pubblico e civico da prima linea.

Chiudere le porte significherebbe perdere di vista il processo e quel senso. Rappresenterebbe il seppellimento del troppo lungo periodo d’insediamento della ’ndrangheta e di ogni sua filigrana in molti organismi della nostra realtà. Vogliono il silenziatore.

Il portavoce degli imputati sembra dire che i giornalisti (citate la Gazzetta e Telereggio) scrivono troppo. E lui aggiunge male. Noi correggiamo: il meglio possibile. È intuibile il fastidio prodotto dal nostro lavoro che Bolognino mette in dubbio quando evoca smentite e denunce pendenti nei confronti del nostro giornale per avere pubblicato notizie distorte... Quali? Delle prime e delle seconde non abbiamo notizia. È una minaccia filiforme.

Il messaggio è strategico, generale. Ingrana attaccando la stampa, poi mira sulle scolaresche e le associazioni che seguono il dibattimento proprio per non fare venire meno la tensione sociale su Aemilia. Come si trattasse di parti del processo studenti e associazioni vengono accusati di esserci solo quando si esprime l’accusa. Di seguito sono tirati in ballo i pentiti che - sempre secondo la richiesta - sarebbero informati attraverso una pagina Facebook. Anche i social sono nel radar.

La fine del documento serpeggia e risale sino all’obiettivo principale: la giustizia, ovvero la corte. Gli imputati chiedono celerità, propongono la chiusura delle porte e che il Tribunale acquisisca e verifichi gli articoli giornalistici del giorno successivo ad ogni udienza, pretendendo provvedimenti. Capito? Questa esortazione ha almeno un paio di orizzonti temibili-incredibili: deviare il processo sul fronte dei resoconti; e - ci abbiamo fatto il callo - intimidire i giornalisti con spauracchi, censure, punizioni. Mercanzie da regime che proprio il potere giudiziario tiene alla larga e fa schiattare.

Ma c’è un passaggio che pare bisbigliato ma è la formula principale dell’istanza: il processo penale è una cosa seria. Questo altissimo concetto infilato nel vasto tentativo di demolizione dentro e fuori Aemilia, diventa un interrogativo. Per la Gazzetta è e resta un’affermazione.