Processo Cemental, Romanelli in tribunale: “Fibre di amianto più alte del limite”

Correggio: ascoltati ex lavoratori, parenti delle vittime e l’ex sindaco. Una familiare: “Dopo papà e mio marito, sono ammalata anche io”

CORREGGIO. «Il concentrato di fibre d’amianto alla Cemental era elevato e superava abbondantemente i limiti». A dirlo è Antonio Romanelli, dirigente sanitario della Medicina del lavoro dell’Ausl, il quale si occupa anche di attività ispettive di polizia giudiziaria. Romanelli è uno dei testiomoni chiamati a deporre ieri mattina in Tribunale a Reggio durante una nuova udienza del procedimento avviato da Andrea Nanetti contro la Cemental, dove lavorava il padre Luciano, morto di mesotelioma. Procedimento che vede il titolare della ditta, Franco Ponti, imputato per omicidio colposo e lesioni gravissime. Nove i testimoni chiamati davanti al giudice Luca Ramponi e al pm Isabella Chiesi: oltre a Romanelli, gli ex lavoratori Alberto Girardini, Valter Carretti e Paolo Montanari, che hanno indicato come le protezioni non esistessero o fossero, comunque, limitate; Maria Luisa Barrasso e Luciana Tomassini, famigliari delle vittime; l’ex sindaco Marzio Iotti, oltre ad Andrea Nanetti e la madre Rosa Di Maio.

«Le fibre erano 11,33 per centimentro cubo nella camera dell’amianto – ha proseguito Romanelli –. Allora c’era il limite di 2 fibre per centimetro cubo per non contrarre l’asbestosi, secondo i parametri internazionali. Per la tagliatura a secco le fibre erano 5,02 per centimetro cubo. Non c’erano aspiratori né modalità tecniche per determinare la concentrazione di polvere. Si parla, poi, di 150 sacchi al giorno, per l’80% di amianto bianco, ma c’era anche quello blu, dannosissimo, per un totale di 160 tonnellate al mese di amianto. Come registro mesoteliomi, abbiamo 20 ex dipendenti Cemental ammalati di mesotelioma maligno. Dopo Bologna, Reggio è la provincia con tassi di incidenza più elevati, per i maschi. La mansione di Nanetti era la più pericolosa. Le ultime rilevazioni dimostrano che l’azienda ha disposto qualche provvedimento, ma nell’agosto 1977 l’Ispettorato del lavoro ha imposto alcune misure adottate soltanto dieci anni dopo».

L’avvocato Ernesto D’Andrea, che assiste Nanetti, chiederà se sono attendibili i testimoni chiamati dalla difesa di Ponti, tra i quali alcuni ex sindaci che si sono già espressi pubblicamente a sostegno di Ponti. «Un fatto non opportuno», ha dichiarato D’Andrea.

 

LA TESTIMONIANZA. «Mio padre e mio marito lavoravano alla Cemental e sono morti di tumore. Nel marzo di quest’anno mi è stato diagnosticato un mesotelioma». È una testimonianza emblematica, quella esposta ieri in tribunale da Luciana Tommasini; quella di chi, pur non avendo mai lavorato alla Cemental, è stata ugualmente esposta all’amianto attraverso i famigliari e ora si trova a fare i conti con gravi conseguenze.

«Mio padre era moro, quando ritornava a casa dal lavoro aveva i capelli bianchi – racconta Luciana –. Lui impastava l’amianto al mulino: non ho mai visto guanti fra gli accessori che utilizzava sul lavoro. Mio marito, invece, era addetto al reparto in cui si fabbricavano i tubi. Nel marzo del 2016 mi è stato diagnosticato un mesotelioma e ho dovuto sottopormi a sei sedute di chemioterapia. Io non ho mai lavorato in una ditta che si occupasse di amianto: lavoravo alla Certex che si occupava di abbigliamento... Noi abitavamo in via Boiardo, vicino alla Cemental, e ricordo che c’era polvere pure sui davanzali delle finestre».

Anche Maria Luisa Barrasso si trova a fare i conti con un’esperienza molto dolorosa. Suo padre Prisco è morto nel 2001 per un mesotelioma pleurico. Ha lavorato alla Cemental per oltre 20 anni, e anche la zia di Maria Luisa lavorava nella fabbrica dell’amianto.

«Mio padre ha lavorato lì precisamente dal 1961 al 1984 – racconta Maria Luisa durante la deposizione in aula –. Era addetto all’impasto e tagliava i tubi a secco. Ritornava a casa e sembrava Babbo Natale: era tutto sporco e impolverato. Ricordo che sollevava l’amianto con l’utilizzo di forche. Ora io ho il linfoma di Hodgking e mi sto sottoponendo a controlli a un polmone». A evidenziare come fossero senza protezione i lavoratori Cemental è stata Rosa Di Maio, moglie di Luciano Nanetti, morto di mesotelioma. Rosa si è commossa, ieri mattina, mentre parlava del marito, che ritornava a casa dal lavoro «sporco. Io ho conosciuto Luciano quando lavorava lì, nel 1971. Si presentava a casa tutto pieno di polvere. Voglio giustizia».

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