«Gasolio e ghiaia in nero, così arricchivo il clan»

Processo Aemilia: Giuseppe Giglio ha ricostruito ieri in aula gli affari illeciti Secondo il pentito gli imputati facevano cassa con l’attività dell’autotrasporto

REGGIO EMILIA. La potenza di fuoco di Pino Giglio era ingente ma non prevedeva armi. L’imprenditore calabrese, che da anni si era trasferito a Montecchio Emilia, poteva contare su affidamenti bancari per un totale di 11 milioni di euro. Soldi che poi reinvestiva per finanziare le sue innumerevoli attività, dall’autotrasporto alla ristorazione, pezzi di una galassia che faceva gola ai clan calabresi. Fatti messi insieme dallo stesso Giuseppe Giglio, ancora una volta, che ha ricostruito la trama della sua vicenda imprenditoriale puntellata da reati e da affari con i clan, che lo usavano come un bancomat. Ieri, durante l’ultima udienza che dovrebbe vederlo protagonista, l’imputato già condannato a 12 anni di carcere in abbreviato ha parlato ancora, unico collaboratore di giustizia partorito dal processo Aemilia. Ha risposto alle domande del controesame poste dagli avvocati di una parte dei 142 imputati del rito ordinario del procedimento contro il radicamento della ’ndrangheta in Emilia. Nonostante i giorni passati a rispondere in videoconferenza dal sito protetto, Giglio ha confermato la sua lucidità. Un ragioniere, considerato il mago delle fatture false, ora al centro dell’impianto accusatorio della procura antimafia di Bologna. «Spendevo 20mila euro di gasolio al giorno» ha spiegato Giglio, svelando il giro d’affari immane legato al carburante comprato in nero. Un doppio guadagno tra il prezzo pagato ai ricettatori - quasi metà di quello alla pompa - e le imposte recuperate. «Compravo gasolio in nero, ne compravo bilici interi. Trentamila litri alla volta ma se arrivava dall’estero me ne portavano meno, 25mila litri, perché hanno i rimorchi più piccoli. Quando capitava compravo anche gomme e ghiaia in nero».

Una filiera legata all’autotrasporto che si fondava su una percentuale di lavoro in chiaro e grossa parte di traffico in nero, organizzato anche da sodali del clan. «Quasi tutti gli autotrasportatori che ci sono in Emilia-Romagna comprano gasolio in nero» è stata poi l’accusa lanciata da Giglio, non suffragata da dati certi. La sua testimonianza è però circostanziata sugli affari che ha intrattenuto con gli esponenti del clan attivo a Reggio. Gli ambiti criminali sono diversi ma il fine comune: accumulare ricchezze. Il furto e la ricettazione di grossi quantitativi di gasolio era una via.

Grande acquirente del gasolio rubato era proprio Giglio, vero e proprio collettore delle attività criminali del sodalizio, soprattutto quando si rende necessaria l’immediata disponibilità di fondi. L’acquisto di carburante rubato a prezzi vantaggiosi consente a Giglio di poter sensibilmente abbassare i costi dei trasporti, contrariamente alle ditte concorrenti che devono invece praticare tariffe necessariamente più alte per poter coprire le spese sostenute.