E Delrio si ritrovò un feudo

L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sui risultati del referendum costituzionale

Due annotazioni dopo la febbre referendaria. La prima è local. La seconda è global. Nella geografia del voto nazionale la nostra provincia si attesta fra quelle dove il Sì ha vinto. Serviranno analisi e comparazioni - ma anche l’osservazione delle giravolte indigene - per capire se questo risultato è un’adesione al renzismo oppure una forma di disciplina di partito (vota ben!).

Vado oltre. Il Sì reggiano è un successo per Graziano Delrio e per la sua influenza politica: può associare il suo territorio al resto dell’Emilia Romagna “fedele” più a una dinamica centrista-progressista che alla dottrina Renzi.

Delrio nei quartieri generali del Pd nazionale è legittimato a far pesare l’esito della sua città e della sua provincia come un successo personale che domani potrebbe delineare il suo bacino elettorale per la candidatura al Parlamento. Feudo reggiano. Ecco, il rotondo 51,71 per cento reggiano - il 51,77 per cento in città - conseguito dal Sì rende Delrio ancor più indipendente. Il già sottosegretario alla presidenza del Consiglio e attuale ministro delle Infrastrutture va seguito passo dopo passo nella fase della crisi e del congelamento di Renzi a Palazzo Chigi per comprendere se oltre al peso e perciò all’autonomia, ci sarà anche uno svincolo. La giro in un altro modo: Renzi ora conterà i suoi, uno ad uno.

E vengo all’annotazione global. Al di là di qualsiasi analisi o speculazione politica (la parola ormai è tornata ai politici) pochi hanno preso in considerazione il mal d’urna.

Cioè quell’impulso matto e tutto italiano di andare a votare spesso per il rinnovo del Parlamento e quindi per i tanti governi dalla vita breve. D’impulso e per forza, quindi, la consultazione di domenica, ha rappresentato la valvola e l’idrovora di ogni tensione e apprensione popolare repressa o inespressa dal 2013.

La stagione di Monti prima, quella di Letta e infine quella di Renzi hanno mandato in tilt gli accumulatori, e la campagna referendaria, così tesa e totale, ha fatto il resto.

Temo che proprio a causa di queste ansie di fondo il nostro Paese non sia in grado di sopportare premier dalla traiettoria lunga.

Il fenomeno vale pure al contrario. I presidenti del Consiglio o comunque i loro esecutivi non rispondendo/risolvendo i problemi quotidiani della gente (lavoro, banche, criminalità), possono ammodernare l'impalcatura dello Stato, ma sono destinati all’insuccesso. La chiamata per decidere se riformare o non riformare la Costituzione è diventata un magnete, una calamita delle delusioni, delle rabbie, della voglia di ri-ri-ricambiare.

Non è un errore di battitura ma l’abitudine all’instabilità.

Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it