«I soldi da Cutro con gli autobus di linea»

Aemilia, la testimonianza del maresciallo D’Agostino: «Contanti prelevati dai conti in Germania»

REGGIO EMILIA. Romolo Villirillo (già condannato a 12 anni in abbreviato a Bologna nel processo Aemilia) è finito in disgrazia con il boss Nicolino Grande Aracri quando quest’ultimo si è accorto nel 2012 – a suo dire e secondo quanto ricostruito da centinaia di intercettazioni – che mancavano dei soldi dalla cassa del clan cutrese. Villirillo si sarebbe trattenuto più soldi di quanto dovuto, secondo i patti criminali con Grande Aracri, ben due milioni di euro in base a quanto ricostruito ancora una volta ieri durante il dibattimento del processo per mafia Aemilia. I rapporti della consorteria cutrese con la locale emiliana sono stati sempre stretti, come ricostruito ieri dal maresciallo dei carabinieri di Modena Emilia D’Agostino.

Il militare ha fatto sentire in udienza diverse intercettazioni, tracciando gli affari e i soldi. «Romolo Villirillo in passato è stato anche segnalato per un’operazione sospetta» racconta D’Agostino, portando alla luce l’esistenza dei “capretti”, «uomini che portavano assegni da Cutro a Reggio Emilia con gli autobus di linea». Argomento che sarà sviscerato in seguito. Ci sono poi i giri di fatture false e soldi verso l’estero: «Si parla di fatture false tramite transazioni internazionali con la Germania – dice D’Agostino – partivano dei bonifici verso la Germania, poi andavano lì, prelevavano il contante e lo riportavano in Italia.

Villirillo, intermediario di fiducia per gli affari di Nicolino Grande Aracri, ha rischiato grosso una volta scoperto il giro occulto di soldi. Mentre era detenuto, ha intrattenuto rapporti con Ernesto Grande Aracri, anch’egli in prigione. Villirillo, sapendo di essere in pericolo, cerca l’intercessione di Ernesto con il fratello. Il boss, però, intercettato con Domenico Olivo nel luglio del 2012, dice chiaramente al suo interlocutore: «Ernesto fa quello che dico io. Se no si fa i bagagli e se ne scappa a Reggio Emilia». «Non ha indicato un luogo qualsiasi d’Italia – sottolinea D’Agostino – ma proprio Reggio Emilia». Segnale, questo, del riferimento preciso che per il clan calabrese ha la città emiliana, da sempre al centro delle mire affaristiche che hanno generato gli affari di natura criminale sui quali è sorta la consorteria emiliana, autonoma nell’azione fin quando – come ribadito ieri – non si trattava di risolvere casi di grave incomprensione. Allora lì, per mettere pace tra le parti, l’ultima parola veniva lasciata al boss e ai suoi colonnelli di Cutro. (e.l.t.)