Caruso: «Lascio un tribunale efficiente»

Ieri l’ultimo giorno da presidente: «Con più risorse saremmo vicini ai livelli norvegesi. Contento che Aemilia si celebri qui»

REGGIO EMILIA. «Vado via con molto dispiacere, sarei rimasto molto volentieri anche se ormai i nostri incarichi sono a termine, fra due anni me ne sarei dovuto andare comunque. Bisogna anche cambiare: fare esperienza e affrontare sfide nuove».

Francesco Caruso, 64 anni, oggi verrà “incoronato” presidente del prestigioso – anche per numero di casi – tribunale di Bologna. Dopo poco più di sei anni lascia il suo studio al secondo piano del palazzo di giustizia di via Paterlini, dove se ne va con un’ambizione fissa in testa da anni. Far diventare Reggio un tribunale di caratura europea per efficienza e senso della giustizia.

Lui, uomo lineare, preparato, umile e dotato di una sana determinazione, se non è riuscito compiutamente nell’intento è di sicuro colui che ha accompagnato il palazzo di Reggio ad essere a un solo passo dalla realizzazione del sogno. L’ultimo ostacolo, dopo aver riorganizzato nel profondo la macchina reggiana della giustizia, sono le risorse: scarse, in spregio all’impegno anche delle istituzioni reggiane, che hanno seguito Caruso anche nella sua convinzione giuridica che il processo Aemilia si dovesse celebrare a Reggio, non altrove. E proprio ieri, in una pausa del processo contro la ’ndrangheta del quale rimarrà giudice fino al termine del rito ordinario di primo grado, gli abbiamo chiesto un bilancio del suo operato a Reggio. Due parole scambiate – e questo è emblematico – al bar, tra avvocati e imputati del processo Aemlia, con la calma e la determinazione che lo contraddistinguono.

Presidente Caruso, ci fa un bilancio della sua esperienza in tribunale a Reggio?

«A Reggio sono stato benissimo, è una città meravigliosa. Gente straordinaria, una città efficiente, che lavora bene, dove tutte le istituzioni cercano di tutelare e garantire i diritti. Direi che è una città della quale i cittadini possono essere orgogliosi e che hanno il diritto di avere istituzioni pubbliche all’altezza della qualità dei cittadini che qui ci abitano»

Che tribunale lascia?

«Insieme ai colleghi abbiamo lavorato duramente per migliorare la qualità del servizio: accelerarlo, renderlo più fruibile. I problemi ci sono perché più fai più si apre un buco da un’altra parte. È un continuo rincorrere falle e difetti. Però il tribunale ora tutto sommato è un organismo che ha una struttura che può lavorare bene. Se ci danno le risorse che ci servono, questo tribunale può funzionare ancora meglio e aspirare a quella che era la mia idea iniziale: essere un tribunale d’Europa. Un tribunale che non ha nulla da invidiare ai più efficienti tribunali come quelli di Norvegia e Germania».

Qual è il suo maggiore orgoglio e quali i rammarichi?

«Abbiamo certamente ridotto i tempi della giustizia. Abbiamo cercato di ascoltare tutti coloro che avevano bisogno. Abbiamo aperto il tribunale alla cittadinanza e alle associazioni che ci hanno dato una grande mano nei settori dove è più forte l’impatto con il cittadino comune. Abbiamo cercato di fare processi in tempi ragionevoli dando, spero, risposte giuste. So benissimo che il tribunale è un luogo di conflitto e qualcuno rimane sempre scontento. Vorrei che si pensasse che abbiamo lavorato nell’interesse pubblico, nell’interesse della giustizia. Si può sbagliare, e infatti le sentenze di primo grado sono rivedibili, ma la certezza è che abbiamo lavorato con metodo trasparente, oggettivo, tecnico. Un metodo di ascolto».

Resta comunque a Reggio per il processo Aemilia?

«Resto, quindi io non saluto nessuno: abbiamo deciso così con i colleghi. Non facciamo feste perché io sono a tutti gli effetti ancora in tribunale a Reggio Emilia ma in una posizione diversa».

Lei si è battuto per l’aula di Aemilia e affinché il processo fosse celebrato qui. È stata una scelta giusta?

«Io credo di sì. Non si poteva fare diversamente. Il tribunale sarebbe paralizzato se fosse stato fatto diversamente. Adesso dovremmo essere chissà dove e invece stiamo risolvendo i problemi giorno per giorno».

Quando potrebbe finire questo processo?

«Fermo restando che è un processo che deve dare spazio a tutti, alle difese in primo luogo oltre che all’accusa, deve durare il più breve tempo possibile anche perché ci sono dei costi. Militari, carabinieri, gente che deve venire, avvocati, per due udienze alla settimana. Non so quanto costi, i conti si possono fare facilmente. Credo comunque che sia nell’interesse di tutti che non ci siano ritardi. Finiremo al più tardi nel 2017».