Aemilia, Caruso s’infuria in aula: «Testimonianze false!»

Alcune vittime smentiscono in aula le minacce e il giudice invia gli atti in procura E Olivo, ex consigliere Pd, nega il rogo doloso subìto al tetto: «S’innescò da solo»

REGGIO EMILIA. Una mattinata piena zeppa di «non ricordo», di ridimensionamento dei fatti e soprattutto di smentite a quanto detto agli inquirenti in fase d’indagini e finite nei verbali poi sottoscritti, ha finito per far sbottare ieri Francesco Caruso che presiede la Corte e gli effetti di quanto ha detto in aula potrebbero spedire alcune persone davanti ad un giudice per falsa testimonianza.

«È la solita storia – commenta seccato Caruso di fronte all’ennesima testimonianza che gli appare reticente – e purtroppo accade in altri processi. Nel verbale redatto dai carabinieri risultano scritte delle cose e in aula se ne sentono delle altre». Poi la sottolineatura che gli atti verranno inviati in procura (trattandosi di un processo in corso a Reggio, dovrebbero finire sul tavolo del procuratore capo Giorgio Grandinetti) affinché si valuti se può scattare l’accusa di falsa testimonianza. E se si va avanti di questo passo non saranno pochi gli atti che finiranno in procura...

A far indispettire i giudici ci pensa subito il 67enne Antonio Olivo – imprenditore edile d’origine cutrese oltre che ex consigliere comunale Pd – che per la Dda era finito nel mirino di Gaetano Blasco: per non averlo coinvolto nella realizzazione delle opere gli avrebbe incendiato nel novembre 2005 il tetto in legno di una palazzina in costruzione in via Mascagni.

E il pm Marco Mescolini non fa in tempo a chiedere a Olivo se subì un incendio che lui parte a razzo: «L’incendio si è provocato da solo, colpa della guaina». Caruso l’incalza, salta fuori che l’imprenditore edile è parente della moglie di Blasco, infine la sconcertante risposta sul rapporto fatto dai vigili del fuoco sull’incendio che Olivo dice di aver presentato all’assicurazione: «Ma non ho letto nel rapporto se la causa fosse o meno dolosa».

A seguire la deposizione di un altro imprenditore d’origine cutrese 57enne – Salvatore Palmo Rotondo – che per l’accusa fu al centro di un’estorsione, ma lui nega di aver ricevuto minacce. A quel punto il pm Mescolini gli rinfresca la memoria citando una telefonata che aveva ricevuto da Antonio Silipo a cui aveva risposto: «Mi stai dicendo che mi vuoi sparare?».

Ma Rotondo in aula minimizza: «Era un discussione accesa, ma quelli sono i toni amichevoli che usiamo. Pensi che con Silipo sono andato a prendere il caffè finché non l’hanno arrestato. Per voi sarà una minaccia, per me no». Immediata la replica del presidente Caruso: «Per lei sono rose e fiori, anche se nella telefonata le dicono che vogliono ammazzarla...Se la telefonata avrà tenore diverso andra sotto processo per falsa testimonianza». Stesso copione con l’artigiano 44enne Paolo Antonio Capone che ammette di aver avuto delle difficoltà nel restituire un prestito (« Cinquecento euro per pagare due bollette dell’Enel») ricevuto da Antonio Valerio, ma aggiunge di non aver ricevuto minacce. Anche in questo caso il pm legge alcune frasi intercettate nel 2011, di Valerio a Capone: «Gran cornuto, dove sei? Scappi pezzo di merda? Mi sa che vado a scontare con tua moglie adesso...».

Frasi che però non scuotono in aula l’artigiano: «Non scappavo, ero in Puglia per problemi legati alla separazione, ero in una situazione non bella». Gli fanno subito notare il pesante passaggio della telefonata in cui Valerio allude alla moglie: «Mi amoglie conosceva Valerio, faceva la cuoca nel locale Pippi’s di Vezzano. Ma quella non è una minaccia, solo una volgare battuta rivolta a mia moglie». Risposte che complessivamente “costano” a Capone il trasferimento degli atti in procura per falsa testimonianza. E il prestito di Valerio? «Non l’ho mai pagato – specifica l’artigiano – perché voleva che gli facessi un lavoro in alcune villette a Cavriago, ma non so per quale valore, non le ho mai viste. Poi ho letto sul giornale che l’avevano arrestato...».

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